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La metamorfosi

Racconto tratto da PANK Magazine.

Traduzione dall’inglese di Gabriella Ingletto.


Una mattina, risvegliandomi nel mio letto da sogni inquieti, mi ritrovai trasformato in Franz Kafka. Ero disteso sul mio soffice materasso, ed era proprio soffice e avvolgente, e sollevando lievemente la testa notai la forma sottile delle mie costole sporgere dalla pelle tesa; la linea del mio torace che affondava verso il basso; la forma rigonfia del mio ventre, simile a quella di un cuscino immacolato, aveva un punto al centro, un esempio perfetto di ombelico rivolto verso l’interno. Oltre questa regione, lontano, verso i bordi inferiori del letto, si estendevano due singolari gambe umane che spuntavano dal fondo dei miei fianchi come delle radici indurite dissotterrate. Molto di quello che ero intento a osservare – quel corpo, il mio corpo – lo osservavo con la sensazione di ritrovarmi in un museo ad ammirare delle opere d’arte. C’era una bellezza manifesta in questi arti distesi e in quel battito intenso, ma si creava un netto distacco quando pensavo a chi dovesse appartenere tutto ciò. Neanche il modo in cui muovevo le dita dei piedi aveva alcun significato nella mia memoria.

Cosa mi è successo, mi chiesi, ma feci subito un passo indietro e la domanda riformulata, corretta e ripubblicata divenne: Mi è successo qualcosa?

La mia stanza, una normale camera da letto per esseri umani, elegante e ampia, ma terribilmente vuota, mi avvolgeva come il guscio abbandonato da qualche insetto del deserto. Accanto a me, sul piccolo comodino, c’era la foto di mio figlio in spiaggia. I suoi capelli erano scompigliati e increspati dal vento estivo e, dietro di lui, la risacca si trascinava sul bagnasciuga, allungandosi e poi ritirandosi La sua pelle somigliava alla sabbia assolata – ancora libera da rughe e cicatrici che il tempo gli avrebbe procurato. Alle sue spalle si estendeva la sua ombra che appariva lunga e invecchiata, come se la silhouette di un uomo gli fosse stata cucita ai talloni.

Voltai lo sguardo alla finestra. Questo ampio portale, come una lanterna magica, proiettava delle ombre vaganti contro le pareti già tetre. Gli alberi all’esterno, completamente ricoperti d’acqua, oscillavano dolcemente, mentre il cielo, con le sue nuvole rigonfie, gettava scrosci d’acqua contro i vetri. Le gocce di pioggia scivolavano sul vetro della finestra seguendo una loro scia caotica e traslucida. Ricordo ancora il sentimento di tristezza che mi avvolse quando mi resi conto che, mentre alcuni elementi della natura possono essere in qualche modo compresi, l’umanità, per ragioni del tutto simili a quelle che provavo quella mattina, rimaneva un mistero assoluto. Lì, in quel momento, sentii quel tipo di sensazione che, normalmente, mi avrebbe immediatamente spinto fuori dal letto; una di quelle che mi avrebbe subito trascinato alla ricerca di una penna da affondare in un pezzo di carta o a picchiettare i tasti di una tastiera per comporre delle parole su uno schermo. Ma, come ho detto, il nuovo stato in cui mi ero svegliato lasciava ben poca speranza alla possibilità di poter creare qualcosa e, per questo, voltai le spalle al seducente richiamo che veniva da quella finestra e continuai a fissare il tetto. La normalità non è più la mia normalità, pensai.

Che ne dici di chiudere gli occhi e lasciare che il sonno elimini il resto della giornata, mi domandai. Ma due ragioni resero quella eventualità impossibile. La prima riguardava il non sapere o, per dirla nel modo più chiaro possibile, il non aver mai pensato a quale fosse il comportamento più sicuro da adottare nel caso in cui, una mattina, mi fossi alzato dal letto nei panni di qualcun altro. Voi cerchereste di addormentarvi o di svegliarvi?

La seconda, e certamente il punto cruciale di tutta la questione, era il fatto di trovarmi nel corpo di un altro uomo e che non fosse per niente rassicurante. Per essere più precisi, ero un altro uomo. Per quel che poteva valere, io ero già cresciuto ed ero già divenuto un uomo a modo mio e, vista la mia professione, non era di certo una sorpresa che non mi trovassi molto a mio agio già nei miei panni.

Perciò, il fatto di avere la carne di qualcun altro come involucro di tutte le mie banalità mi suscitava un ripugnante senso di sfiducia: nelle membra, nel respiro; nel lieve movimento del petto e perfino nel leggero prurito sulla punta delle dita. Arrivai persino a paragonarlo all’atto di razziare l’armadio di uno sconosciuto, in cui il modo in cui essa “calzava” era troppo alieno in alcuni punti: troppo stretta al torace; troppo larga intorno alle gambe e alle caviglie. Nel complesso, non ero io. Ero cosciente, cosciente del nome e delle caratteristiche che mi appartenevano prima, ma li ricordavo come si ricordano le feste di compleanno della propria infanzia – oggetti e colori, ma non ricordi precisi di un tempo che ormai è andato. E anche questi, sentivo, stavano iniziando a scivolare via allo stesso modo in cui una barca si allontana da un uomo sulla banchina (l’unica differenza stava nel fatto che io ero contemporaneamente l’uomo sulla barca E l’uomo che dalla banchina lo guardava allontanarsi, se questo può aver alcun senso).

Mi tirai su (non sarebbe dovuto essere così semplice, mi dissi) e mi fermai a guardare il mondo fluttuare e poi fermarsi. Oh mio dio, pensai. Che professione estenuante mi sono andato a cercare. Uno scrittore! Riempire pagine di pensieri inconfessabili. Punzecchiare e tormentare le parole. Vedere frasi consumarsi come candele che hanno fatto il loro corso. In che modo l’evoluzione avrebbe aiutato lo scrittore? Non è altro che l’espressione di una pratica atavica e arrogante. Lasciate che disegni sulla parete di questa grotta le bestie che cacciamo. Lasciatemi scolpire questa roccia a fondo per far emergere la donna che è nascosta in essa – le curve sinuose dei suoi seni, il pilastro del suo collo, la linea delle sue sopracciglia. Lasciate che mi esprima e che sia incompreso dalle quelle persone che con i loro telefonini rosa fotografano la mia arte e si mettono a discutere su cosa sia migliore, il libro che ho scritto o il film che non ho mai fatto. Il duende può riprendersi tutto questo, se lo vuole.

Pensai a quello che avrebbe avuto da fare Alcy e mi domandai se avessi dovuto farlo io al suo posto. L’orologio segnava le sette meno un quarto e quindi avrei avuto ancora tutta la giornata a mia disposizione (contrariamente ad Alcy che non si muoveva mai prima delle 10 di mattina), ma avevo delle riserve per quanto riguarda il disbrigo delle incombenze altrui e rimasi immobile sul bordo del letto.

Alcy?» Una voce. Era quella di mia moglie. «Sei già sveglio?» Che voce amabile!

«Sì, sì. Mi sto alzando ora.»

Rimasi completamente stupito dal suono della mia risposta, da quella tonalità grave con cui emisi quella frase. Leggendo le sue opere avevo sempre immaginato che Kafka avesse un timbro di voce più delicato, ma questo era duro e diretto come un martello. Avrei voluto spiegarle tutto per bene, raccontarle cosa era successo e cosa avremmo fatto per andare avanti in questa nuova situazione e, invece, rimasi in silenzio, fissando l’ombra che dal corridoio si intrufolava sotto la porta per poi scivolare via. E alla fine mi alzai.

A colazione sedevo ricurvo su un piatto con dentro soffici uova strapazzate e del prosciutto fritto in padella col burro fino a diventare marroncino. Capii che quel piatto era stato preparato in quel modo perché doveva essere il tipo di colazione che io avrei ampiamente apprezzato – uno di quelli che Alcy avrebbe mangiato mandando giù una forchettata dopo l’altra ripulendo il piatto fino a farlo sembrare nuovo – ma io non mi mossi neanche per prendere le posate. Intreccia le dita e guardai la nuvola di fumo venir su dalle uova. Questo pasto, il pasto preparato per sfamare un altro uomo, divenne freddo sotto i miei occhi.

Sapevo di essere seduto con una postura palesemente scomposta, ma non avevo modo di correggere il problema. Mi resi conto che le estremità arrotondate delle mie spalle non erano ancora ben inserite nelle mie ossa. Dedussi, così, che Franz (cioè io) doveva possedere una postura particolarmente scorretta e che era al di là delle mie capacità riuscire a controllarla.

Mia moglie, che mi osservava attraverso i suoi occhiali dalla montatura marrone che si libravano su un mare di lentiggini, con il nostro bambino di tre anni disteso sul tappeto accanto ai suoi piedi mentre lei guardava la televisione, si accorse che la colazione che aveva preparato giaceva lì, di fronte a me, indisturbata.

«Alcy…» iniziò col dire.

La interruppi. «Franz.»

«Cosa?»

«Franz. Il mio nome è Franz.»

Mi studiò per mezzo secondo e poi mi lasciò perdere. «Vuoi ancora uscire stasera, vero? Abbiamo appuntamento con Manny e Liz e Berry e Mel, ti ricordi? Serata di coppia.»

Non ero sposato con lei. Non sapevo come darle questa notizia.

«Certo.»

La mia voce, mi resi conto, fece vergognare Alcy. Aveva un suono così grave. Sembrava che le parole si frantumassero nella mia bocca.

Tirai indietro i mie capelli scuri. Alcy non aveva capelli di cui parlare ma io, io ne avevo abbastanza da pettinarli all’indietro. Mentre lo facevo, guardavo mio figlio giocare; prese un vagone giallo e una locomotiva blu e li agganciò attraverso una piccola calamita posta alla loro base. Li spinse lungo la pista di plastica che lui stesso aveva costruito sulla moquette marrone; non era ancora in grado di riprodurre i suoni onomatopeici con la sua voce, come fanno i bambini per gioco. Lui, invece, li osservava con calma apatica, contegno e attenzione al dettaglio, come se gli unici suoni che importassero stessero vorticando, rotolando e arrancando nella sua mente. Come se quello fosse l’unico luogo in cui certe cose potessero esistere.

Quella sera, tre coppie erano sedute intorno a un tavolo apparecchiato in un bar a Soho. Due coppie, in realtà, se si esclude la relazione che la moglie di Alcy e io avevamo. Avevo scelto un abbigliamento adeguato alla situazione: camicia ben stirata e cravatta, rispettivamente di colore bianco e nero; giacca e pantaloni. Secondo gli standard del nostro gruppo, io ero vestito troppo elegantemente, ma non sarei mai uscito per rivedere delle persone senza essere vestito in modo presentabile.

«Come mai quell’accento, Alcy?» chiese uno di loro.

«Dice che il suo nome è “Franz”.»

Mi voltai per osservare la moglie di Alcy che, lentamente, continuava a rigirare la cannuccia nel bicchiere, rimescolando il suo drink in un senso e nell’altro. Un secondo giro di drink venne ordinato dalla nostra comitiva fin troppo indulgente. Gli unici che non avevano bevuto alcol eravamo io, che avevo pensato fosse il caso di evitare di consumare alcolici alla prima uscita con sconosciuti (soprattutto se li avevo già incontrati prima), e la moglie di Alcy. Lei rigirò la cannuccia mangiucchiata nel suo bicchiere e si sistemò una ciocca di capelli rossi dietro l’orecchio.

I suoi amici risero dandomi una pacca sulla spalla, come se questa fosse la più grande barzelletta che avessero mai sentito o una di quelle di cui erano sempre pronti a sentire la battuta finale. Quell’Alcy, sembravano dire le loro risate. Sempre enigmatico. Sempre a fare cose strane. Niente del loro comportamento era edulcorato da un segno di affetto o da un complimento e mi chiedevo se l’uomo che loro conoscevano, allontanandosi – quello che era strisciato ancora e ancora più lontano, diventando solo un puntino, un fiocco minuscolo – avrebbe deciso di salire su quella barca di sua iniziativa.

Sua moglie era seduta accanto a me e si divertiva a parlare con i suoi amici di cose felici ma anche del vuoto che c’era nelle loro vite e continuava, ancora, a mescolare il suo drink come se quel gesto facesse ruotare anche il mondo.

Quando tornammo a casa quella sera, ormai io e lei avevamo smesso di parlare la stessa lingua.

Otto mesi dopo, bussai con un dito sul vetro di uno sportello e un’infermiera apparve da dietro un computer. Ci diede una sedia a rotelle e partimmo, percorrendo i corridoi labirintici dell’ospedale, fermandoci solo davanti a una delle numerose porte automatiche che, lentamente, si sarebbe aperta rivelandoci il destino che ci attendeva nei metri successivi.

L’infermiera chiese qualcosa alla donna dai capelli rossi seduta sulla sedia a rotelle. Lei ci pensò un attimo, poi alzò lo sguardo su di me – me, con le spalle ricurve e la sua borsa in mano – e fece un sommesso cenno di assenso con la testa. Allora l’infermiera mi fece indossare un camice verde e me ne diede altri più piccoli da infilare alle scarpe. Ma, nel momento in cui la portarono via, rimasi paralizzato nel corridoio di fronte all’ingresso della sala operatoria. Una delle infermiere mi disse qualcosa e mi fece segno di seguire quella piccola processione. Capii a mala pena una sola parola di tutto quello che mi dissero, ma la seguii subito dietro e presi le sue mani tra le mie.

Quatto ore dopo ero seduto in una scomoda sedia reclinabile posta a pochi centimetri dal letto in cui lei riposava. I miei vestiti puzzavano di sangue e sudore e, a modo mio, anch’io ero esausto, tanto che la mattina non sentii la nuova infermiera entrare nella stanza a presentarsi. Il sole doveva già essere alto, ma lei chiuse le tende e spense la luce per lasciarci dormire. Poi, uscì.

La donna mi chiese di stendermi sul letto accanto a lei.

Mi misi al suo fianco, la sua testa riposava sulla mia spalla – come succede sui mezzi pubblici quando un estraneo appoggia la testa senza rendersene conto – e io fissai il vuoto davanti a me. C’era qualcosa di così palesemente evidente in quel momento, di così ovvio, da renderlo una cosa troppo grande da sopportare e il sonno mi abbandonò. Là, sul muro, era appeso un orologio con grandi numeri rossi che balzavano su di noi dalla regione più oscura di quella stanza. Questo orologio è forse la misura di ciò che è già stato o di quello che ancora dovrà accadere, dell’ignoto o di ciò che pensiamo di conoscere, chiesi ad alta voce. Lei non solo non capì, ma non disse nulla come risposta.

Era passato un intero mese da quando ero diventato me stesso e, da quella nebulosa serata a Soho, noi non eravamo mai stati così vicini come in quel momento, sia per prossimità che per volontà. Fui improvvisamente preso dal pensiero di chi fossimo e come, per entrambi, i nomi scritti suoi nostri certificati di nascita ci dessero il diritto di essere. E ciò mi riportò al momento in cui ero su quel soffice letto d’ospedale che, quando il sonno infine mi avvolse, mi fece sognare lei.

Era lì, in piedi con me sul molo, i suoi capelli rossi adagiati sulla mia spalla destra come nella vita reale, e io indicavo il mare. Io continuavo a dirle, È laggiù. Lui è laggiù. Ma lei continuava a ripetermi che non riusciva a vedere. E a turno i nostri volti si riempirono di lacrime e di risate.

La mattina, con le tende aperte e il sole invernale che si spargeva per la stanza, io tenevo in braccio un figlio che, a detta di tutti, aveva i miei stessi occhi, anche se le sue iniziali – quelle scritte sul suo certificato di nascita – chiaramente dicevano A. L.




Alcy Leyva è uno scrittore nato nel Bronx che ha conseguito un Master in Fine Arts presso The New School. I suoi primi due libri, “And Then There Were Crows” e “And Then There Were Dragons”, sono stati pubblicati da Black Spot Books. Attualmente insegna a New York e sogna sogni impossibili.

Leggi il racconto in lingua originale “The Metamorphosis” su PANK Magazine visitando questo link: https://pankmagazine.com/piece/the-metamorphosis/

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“La metamorfosi”, un racconto di Alcy Leyva tratto da PANK Magazine e tradotto da Gabriella Ingletto per Pidgin Edizioni