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Dick’s pic Riccardo Righi

I suoi amici diranno che è stato l’alcol a fotterlo, ma non è andata così. È stata la carenza di sonno. Ma lui non potrà correggerli perché non sarà lì con loro. Si troveranno in un bar, o in qualche altro posto triste, come casa di Steve, bisbigliando e sparlando dell’assente.

“Cristo hai sentito cos’è successo?” “E sai anche cosa ho sentito…?” “A quanto pare ha fatto questa cosa che… porca puttana non riesco nemmeno a dirlo.” “E dai, dillo!” E così via. Tipico.

Cosa cazzo ne sanno quelle merde della privazione del sonno? La privazione del sonno è stata, e probabilmente continua a essere, una delle più efficaci tecniche di tortura. Notoriamente fu usata dalla Stasi a Hohenschönhausen: tieni il prigioniero sveglio per qualche giorno, lascialo dormire tre o quattro ore, sveglialo con una secchiata d’acqua nella sala dell’interrogatorio. E alla fine cede. Chiunque cederebbe. Va più a fondo degli istinti primordiali, va oltre la sopravvivenza. Si può sopportare la fame, si può sopportare il dolore, ma nessuno può sopportare quello. Quando sei forzato a stare sveglio il tuo cervello prende il sopravvento, e la sua volontà è più forte di uno stomaco avvizzito o di una scheggia di legno infilata sotto un’unghia.

 

Erik Van Norden era tornato a casa presto, aveva un lavoro da fare e non voleva essere sorpreso dalla sua famiglia al loro ritorno. Ma aveva calcolato male i tempi e aveva finito due ore prima del previsto. Si calò l’ultimo Adderall rimasto dalla sera prima, si accese una sigaretta e stappò il whisky, quel Glenmorangie che stava conservando per

per cosa lo stava conservando?

un’occasione speciale. Come questa.

I suoi amici diranno che è stato l’alcool a fotterlo, l’alcool e le droghe. Erik aveva passato la notte a farsi di cocaina, MDMA, Adderal e un antidolorifico a base di codeina. Certo, tutto aveva contribuito, ma non era stato quello a spingerlo oltre. Era stata la carenza di sonno. Il sonno, una forza irresistibile. La sua testa girava sul divano; tutta la stanza girava, in senso antiorario attorno al divano. Si arrese, maledicendo la codeina.

 

L’ultima volta che era riuscito a dormire una manciata di ore era stato un paio di notti prima, una notte tormentata da incubi e insonnia. Era la notte prima che trovasse le prove. Erik le stava cercando, sapeva che erano lì da qualche parte, e finalmente le trovò. Susana le aveva nascoste in piena vista ma, dopo mesi di indagini e fallimenti, trovò tutto quello che si aspettava e temeva di trovare. Nel tablet dei bambini, sul tavolo in cucina. Aspettò quando lei salì a preparare i bambini per la scuola e iniziò la procedura che si era perfezionato in testa. Dritto alle email, scroll veloce, inbox, cartelle, tags. Fu particolarmente facile individuare le email, dalle parole sdolcinate delle anteprime e i titoli schifosamente scontati. Si chiamava Richard, sporco bastardo. Non c’era tempo da perdere, Erik ascoltava il pavimento di legno scricchiolare sopra la sua testa: avevano lasciato il bagno, ora c’era la vestizione, dopo di che sarebbero scesi in cucina. Trovò l’email perfetta con l’allegato perfetto. Quello che avrebbe usato per punirla.

Il tablet, lo stesso strumento che usavano per giocare a Cookie Monster Challenge. Lo stesso strumento che usavano per vedere Dora l’Esploratrice del cazzo. Lo stesso strumento usato per inviare nudità adultere. Si inoltrò l’email e coprì tutte le tracce. Quando la famiglia arrivò chiassosamente in cucina, Erik era sul divano, a guardare le news in TV con un caffè in mano.

 

«Stai attenta ai casini, Susie.» Erik puntò alla TV col naso, prima di immergerlo nella tazza fumante. I bambini gli si stavano arrampicando addosso sul divano.

«Non abitiamo in quelle zone.» Quanto disprezzo era riuscita a mettere nell’innocua parola “quelle”.

«Lo so, ma dicono che alcuni di quei teppistelli hanno rapinato un negozio a Newington Green, che non è poi tanto lontano da qui.»

Lei era notevolmente preoccupata ma non voleva mostrare segni di debolezza. «Li porto a scuola in macchina comunque. Poi la nonna va a prenderli e io li vado a prendere da lei domani sera, prima di tornare.» La ripetizione di dettagli conosciuti da entrambi era superflua ma aiutava a mantenere il controllo della situazione.

«Lo so, era giusto per dire.» La battaglia tra i due bambini si concluse con la sconfitta del fratellino piccolo, determinando il controllo del telecomando da parte della sorella che impose a tutti Masha e Orso come primo atto di supremazia. «Stai attenta.»

Quando se ne andarono, Erik galleggiò per un po’ nella calma dell’improvviso silenzio. Poteva sentire il ronzio intermittente del frigorifero, il sangue che pulsava nelle orecchie, il caffè che gradualmente si raffreddava. Era giunto il momento, poteva iniziare. Si accese una sigaretta, proprio lì sul divano, un piacere proibito. Si voleva godere la quiete prima della tempesta e, quando si alzò buttando la sigaretta nel caffè freddo, era pronto a creare la tempesta con le sue mani.

 

Si era addormentato. Quanto aveva dormito? Aveva sentito quel rumore però. Sì, erano chiavi che sferragliavano contro la porta. Aprire gli occhi fu difficile e sgradevole come fosse in una piscina piena di cloro e piscio. La porta si aprì. Cos’era quell’odore? La parte di divano alla sua destra era passata da bianco a color carbone fumante. Ecco quello che succede quando non puoi tenere un posacenere in casa. Li puoi trovare anche sugli aerei, ma non qui.

Il chiacchiericcio che proveniva dall’ingresso si interruppe bruscamente, Susana aveva capito che qualcosa era andato storto. «Andate in camera! Vi chiamo quando è pronta la cena.» I bambini, strillanti e sghignazzanti, obbedirono con diligenza ma si fermarono a metà scala. Erik apparve dal salotto, arruffato, occhi rossi, preceduto dal puzzo di alcol stantio e circondato da una nube invisibile di fumo acre.

«Bimbi, su in stanza.» Non staccò gli occhi da lui e parlò con un tono meno gioioso e più autoritario, ma i bambini erano pietrificati.

«No, falli restare.» Si girò verso i bambini con un ghigno. «Bentornati a casa, c’è qualcosa che dovete vedere.»

 

Ventiquattro ore prima era salito in macchina, in picchiata verso vendetta e distruzione. In realtà era passato più tempo, probabilmente trentasei ore, difficile dire per certo. Erik aveva un piano che eseguì spietatamente, minuto per minuto, correndo da un posto all’altro, sempre con una pausa al pub o al negozio di liquori tra le varie tappe. In pratica non aveva la più pallida idea di quello che stava facendo. Aveva una vaga idea di dove voleva arrivare, ma andava a intuito, ispirato da alcool e follia scellerata. E da quella scatola di codeina prescritta dal medico qualche settimana prima per un dolore lancinante alla scapola sinistra. Il dolore svanì dopo un giorno di cure e gli restarono ventidue pillole.

La parte più difficile era la foto. Non poteva certo entrare in una stamperia, ubriaco e con una richiesta così particolare. Quindi preferì entrare nel suo ufficio, così grande da garantirgli un certo anonimato, così tardi che solo poche persone erano ancora alle loro scrivanie invece che essere a casa o, più facilmente, al pub a bere e a provarci con qualche collega. Stampò cinquanta copie e, mentre la macchina ronzava e sbuffava pesantemente, ne approfittò per rubare nastro adesivo e Patafix dall’armadietto della cancelleria.

Ora doveva solo andare a casa a decorare la cucina, ma sua moglie e i suoi figli non sarebbero tornati fino alla sera successiva quindi aveva tempo per farsi un paio di drink. Preferibilmente in un topless bar.

Non lo fecero entrare da Brown’s, così dovette ripiegare su quel pub squallido su Hackney Road. Andavano bene anche le spogliarelliste scadenti. Stava sventolando una banconota tra le cosce di una corpulenta ragazza del Nord quando il telefono squillò. Rashida. Era Rashida mandata dal Cielo. Dea-ex-machina. Si era passato mezza East London senza riuscire a trovare una mezza dose decente, e ora veniva invitato da Rashida a varcare le sue porte dorate di cocaina.

 

Era giunto il momento, stava per affrontare sua moglie dopo trentasei ore all’impazzata per la città, in preda all’alcol e a qualsiasi sostanza Rashida gli aveva infilato in bocca fino al sorgere del sole. E poi, naturalmente, anche lui aveva infilato qualcosa in bocca a lei e alla sua amica etiope. Sì, ha messo un po’ di corna, ma ha sempre mantenuto la famiglia. Il caso di Susie era diverso. Certo, anche lei lavorava e dava un contributo all’economia di casa, ma era un contributo non necessario, una sua scelta. Così come era una sua scelta tradirlo, i suoi sfizi borghesi.

«Cosa… cos’è questo?» Susie entrò in cucina e vide le decorazioni. Era furiosa.

«Lo sai benissimo cos’è.» Erik staccò una stampa dal muro. Dovevano essercene cinquanta ma non avendo fatto un lavoro impeccabile alcune si erano staccate ed erano finite sul pavimento o penzolanti per un angolo.

«Questo,» si girò verso i bambini con il foglio in mano, «è l’amante della mamma.» Lei glielo strappò di mano e iniziò a staccare le stampe dalle pareti urlando smettila! e bambini salite in camera vostra! con un tono sempre più alto e stridulo. Lui continuò con una calma innaturale, con la voce da documentario sulla natura. «Questo cazzo enorme nella foto è quello dove lei passa le labbra a giorni alterni. Le stesse labbra con cui vi bacia prima di…»

Questo era troppo. Si avventò su di lui con collera e lo afferrò.

«FUORI!»

Iniziò a spingerlo verso la porta di ingresso mentre lui biascicava parole ormai inintelligibili.

«E VOI! SU!» I bambini volarono su per le scale come fosse una questione di vita o di morte.

Erik incespicò fuori dalla porta, che si chiuse fragorosamente alle sue spalle, ridendo e piangendo. E così era finita. Ciondolò giù per le scale fino ai garage, si sedette in macchina e accese il motore. Aveva bisogno di dormire. Aveva un tremendo bisogno di dormire.

 

Susie era così scossa che non riusciva nemmeno a piangere. Ma era una madre e non aveva tempo di fare altro se non la cosa giusta. Chiamò il suo avvocato mentre continuava a strappare quelle foto dal muro, stremata dalla rabbia.

Le rispose una voce rassicurante, le parole scelte con cura e le domande ben poste. Ti sei fatta male? I bambini sono a posto? Siete al sicuro con la porta sbarrata? Venti minuti e sono lì, e ordiniamo una pizza. No, va bene, vi porto fuori in pizzeria. Per favore tieni tutte le prove, non buttare via nulla.

Quando arrivò sentì subito quel caratteristico odore di incendio doloso e violenza domestica che fa pizzicare le narici. Tutto quello che poteva vedere e annusare già dall’ingresso era sufficiente per andare in causa con una buona… oh, Cristo. Susana era accucciata sul pavimento della cucina, singhiozzando circondata da cinquanta peni in bianco e nero. È tutto finito ora. La abbracciò brevemente prima di andare a trovare i bambini.

«Hey hoooo!» gridò come un allegro marinaio su per le scale.

I bambini corsero fuori dalla loro stanza felicissimi e saltarono tra le sue braccia. In un attimo si trovarono seduti a quella pizzeria carina che aveva appena aperto, poco distante lungo la loro via, ed erano così concentrati a scegliere la pizza che non notarono la macchina di Erik sfrecciare davanti alla vetrina. Erano così concentrati a mangiare che non fecero caso all’ambulanza che per un attimo riempì il ristorante con un assordante flash blu.

 

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Riccardo scrive da parecchi anni, ma se n’è accorto da poco. Iniziò durante un viaggio, perché aveva dimenticato la macchina fotografica e descrisse le foto su un taccuino. Teenager di mezza età, ha un orto e non è mai uscito dagli anni ’90.

“Dick’s pic”, un racconto di Riccardo Righi
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