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Pellucida

È davvero da qui, da questa stanzetta che sono partito? Questo sognava di chiedersi. Coi soldi guadagnati con il suo primo album avrebbe comprato casa e lì ci sarebbe tornato solo per salutare sua madre, la stessa madre che adesso gli siede accanto con un rompighiaccio tra le mani. La stessa madre che gli aveva detto ma trovati un lavoro vero, e allora lui era salito sul palco, un palco piccolo da cui non lo ascoltava nessuno, e aveva cantato così forte da farsi venire la gobba. Non lo aveva ascoltato comunque nessuno, la platea era rimasta indifferente come al solito, unica eccezione cinque o sei ragazzi che si erano avvicinati a fargli i complimenti, a dirgli ti seguiamo da sempre, e lui aveva fatto finta di non accorgersi di come si stessero prendendo gioco di lui. Era stato contento, felice di aver scatenato una qualsiasi forma di reazione, poi aveva cominciato a sentirsi umiliato, non tanto per lo scherno in sé quanto dal suo rallegrarsene, emozioni sparpagliate che si erano esaurite presto.

La gobba invece era rimasta. In un primo momento aveva sperato si trattasse di una condizione temporanea: ci aveva spalmato pomate e unguenti, l’aveva costretta dapprima in bendaggi improvvisati, poi in un busto comprato scontato su Internet – si era addirittura rivolto a un agopunturista. Tentativi vani, interrotti in blocco in seguito alla scoperta di poter sfruttare la curvatura anomala del torace per cantare più forte, effetto megafono. Lasciati i polmoni, l’aria trovava le corde vocali e uno strano rimbombo: lo sentiva percorrergli le spalle, far cadere detriti tra le vertebre, dolore, più cantava più si ingobbiva. Già dopo poche settimane non c’era modo di nascondere la cosa. Poteva solo fingersi sorpreso dal suo precoce declino fisico, andare da un medico dalla faccia bianca e dirsi affranto e guardarlo fare lo stesso: all’apparenza non c’è causa e senza causa non c’è cura. Almeno quando prendeva l’autobus c’era sempre qualcuno pronto a lasciargli il posto a sedere; apprezzava la gentilezza ma no, no, grazie mille, non c’è bisogno, alla fine però cedeva, il capo chino in infinito segno di rassegnazione. Rassegnato in realtà non era ma a quel punto aveva già smesso di curarsi della deformità, in un certo senso aveva cominciato a considerarla una fortuna, una fortuna così gravosa da piegarlo in due ma comunque una fortuna. Ogni giorno cantava meglio e ai concerti c’era sempre più gente, non sapeva se attirata dalle sue nuove capacità o dal suo aspetto grottesco ­– forse da entrambe le cose, non gli importava. Alla sua fidanzata invece sì, importava eccome – bello non sei mai stato ma ora stiamo esagerando. Aveva accettato tutto, i soldi che mancavano sempre, la scelta di mollare l’università per concentrarsi sull’arte, i sabati sera trascorsi tutta sola tra il pubblico mentre lui dall’alto la cercava con gli occhi e, se la trovava, doveva sembrare felice, coinvolta, altrimenti poi si risentiva – lei gli faceva anche da fotografa, aveva seguito un corso apposta, questo però no. Forse la ragazza avrebbe dovuto dare ascolto alla madre di lui, smetterla di assecondarlo tanto, e a trovarsela davanti così, con un rompighiaccio tra le mani e l’espressione tesa, è difficile non pensare a quanta ragione avesse.

«L’hai portato?» La voce della donna è quella di chi non dorme da giorni, il tono brusco così diverso da quello distante e forzatamente cordiale a cui è abituata che la ragazza non sa bene cosa dire; si limita ad annuire e tirar fuori dalla borsa il faretto fotografico chiesto in prestito a un amico – ventitré centimetri per quattordici, roba professionale, mi raccomando, non farci niente di strano. Strano sarà strano, tutto è strano: il suo ragazzo è diventato una specie di fagiolo, la gobba è cresciuta al punto da inglobarlo, arrotolarlo su se stesso. È successo nell’arco di pochi giorni, avevano litigato e pensava fosse quello il motivo per cui non rispondeva ai suoi messaggi; non ne andava fiera ma aveva provato a scrivergli quasi subito, nessuna reazione; quando si era decisa a telefonargli le aveva risposto la madre – assurdo, non ha nemmeno il coraggio di parlarmi – invece no, si era trasformato in un gomitolo di ossa e pelle, materia rossastra. Non sembra neanche viva, così fredda e levigata al tatto. La percorrono col faretto in cerca di un punto attraverso cui passi la luce.
«Non sarebbe meglio portarlo in ospedale?»

«Te l’ho già detto, non servirebbe a niente.»

Strisce di tramonto attraversano le serrande, c’è penombra nella stanza e dentro di lui; gli occhi sono aperti su forme indistinte, troppo vicine per essere viste. Colonne di vapore si alzano a ogni suo respiro. Non ha niente da fare, nulla a cui pensare. Respira, un soffio lieve l’unico suono che lo raggiunga.

«Qui va bene?»

«No, non ci siamo. Non vedi? Qui è ancora troppo spesso.»

È sazio. Niente fame, niente sete, nessuno stimolo. I nervi sono quieti, hanno smesso di graffiargli il collo, non sa neanche dove sia il suo collo, i bisogni che lo tormentavano dormono e lui è sveglio. Immagina coperte calde e pareti bianche; ci gioca come faceva quando non riusciva a prender sonno, appendendo numeri negli angoli, li mette in fila, addiziona, moltiplica. È strano, al liceo andava malissimo in matematica eppure era sempre stato veloce nei calcoli. Era lui a far di conto quando da bambino andava a fare la spesa insieme a sua madre, il salumiere che era anziano ma aveva ancora i baffi nerissimi e sorrideva sempre: un piccolo gioco, il negoziante batteva lo scontrino enunciando i prezzi e lui mandava tutto a mente, mattoncino su mattoncino. Poi confrontavano il risultato, si trovava sempre, e allora tieni una caramella, te la sei guadagnata. Forse non gli era più capitato di sentirsi così meritevole di qualcosa. La pace era svanita con l’infanzia, come le mattine in cui si sdraiava sul pavimento, proprio sotto la finestra di camera sua, e guardava la polvere ballare tra i raggi del sole

Bruciore.

«E qui?»

Luce violenta che gli ferisce gli occhi. Spettri rossi lo accarezzano, ombre lunghe e sottili. Dita di donna.

«Sembra andar bene. Scava.»

Un colpo. Improvviso, il ferro cala, la carne cede. Vorrebbe tanto avere una bocca per urlare.

«Cosa pensi che ci sia qua dentro?»

«Cosa vuoi che ci sia? Mio figlio, no?»

«Certo, ma… Secondo te è tipo un bozzolo, o qualcosa del genere?»

«Scava.»

Il ferro si fa strada nel suo corpo. Avanza timido, colpo, colpo, guadagna un millimetro dopo l’altro. Trema.

«Non ce la faccio.»

«Cosa?»

«No, non ce la faccio.»

«Dammi qua.»

Mani forti abituate a lavorare. Basta una spinta e il ferro penetra in profondità, fino alla sclera.

«Mi è parso di sentire qualcosa.»

Dolore, buio, solo buio e dolore. Le ombre svaniscono, tutto svanisce. Fuori, sotto il tremulo giallore del fanale, le due donne guardano la massa lattiginosa che insozza la punta del rompighiaccio, sorridendo come se avessero trovato il petrolio.

«Cosa pensi che sia?»

«Non lo so, ma siamo sulla strada giusta. Continuiamo a scavare.»

Cieca, la coscienza dell’uomo arretra fino a diventare un punto piccolissimo, infinitamente piccolo, un attimo dilatato all’inverosimile, fino ai margini dell’universo.

«In un bozzolo ci sono dei liquidi, no? Per proteggere l’insetto. Ecco cos’è. Se continuiamo così il bozzolo si romperà e lui ne uscirà sano e salvo. Magari non avrà nemmeno più la gobba. Potrebbe perfino essere più bello di prima.»

Silenzio. La cadenza del rompighiaccio sulla carne dura sembra simulare un battito cardiaco.

«Forse avremmo dovuto aspettare.»

Silenzio. Mani ostinate divorano le membrane, i tessuti assurdamente coriacei, si danno il cambio, grattano, spaccano, aprono, staccano, lavorano senza sosta, il foro si allarga, sottili incrinature appaiono tutto intorno. È l’alba quando il guscio non ce la fa più, crepa, lasciando alla vista nient’altro che un ammasso rinsecchito, cavo. Un uovo rotto. Un corpo vuoto.

 

 

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Antonio Vangone (1995). Finalista al Premio Raduga 2017, suoi racconti sono apparsi su Firmamento, Pastrengo, Ammatula e altre riviste letterarie.

“Pellucida”, un racconto di Antonio Vangone per la sezione SPLIT di Pidgin Edizioni.