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Sweeney Frog Rebekah Morgan

(Racconto tratto dal magazine di Tyrant Books. Traduzione dall’inglese di Gabriella Ingletto.)

 

“Una luce nella tua oscurità
illumina i tuoi occhi con qualcosa che non c’è”

 

La sensazione che si ha quando si beve la giusta quantità di vino è quella di sentire il proprio cervello galleggiare. Non si avverte l’acqua: si sa solo che l’acqua c’è. Questo è quello che successe, una volta, alla mia dottoressa a Lexington, ma in quel caso non si trattava né di acqua, né di vino, ma di sangue. Di fatto, non morì immediatamente, ma, da lì in poi, non poté più prescrivermi le mie solite dosi di Adderall.

L’estate è arrivata e io sono rimasta al verde. Allora mi dico: «Non ti andrebbe un altro po’ di vino?» e tracanno un altro sorso direttamente dalla bottiglia. Mi guardo allo specchio che è appeso al muro e riesco a stento a intravedere i miei occhi, che sono diventati delle piccole fessure, a malapena aperte. Sarei potuta essere una valanga e, invece, sono solo una persona con le mani che tremano, che spazza cimici morte nel suo appartamento, che beve vino, che ascolta i “Mazzy Star”, una persona sola con un mucchietto di cimici alto qualche centimetro sul pavimento. La borsa della spesa riutilizzabile piena di biancheria e vestiti puliti è sul pavimento, vicino alla porta. Nella mia stanza c’è un arcobaleno. Lo so perché è stato lui a presentarsi. Sta sfatto sul soffitto, ma non ho idea da dove provenga.

Spazzo le cimici morte dal pavimento e le raccolgo su un piatto bianco di carta per buttarle nel sacco di plastica infilato nella pattumiera. Non ricordavo nemmeno di aver comprato questa scopa. Spruzzo sul materasso sfoderato un altro po’ di spray per cimici da due soldi comprato da un Kroger e riverso sul letto la biancheria pulita che è nella busta. Mi ci butto sopra e rimango a fissare il muro. C’è una sorta di agonia nell’imparare ad amare se stessi che sa di Suboxone e sembra Suboxone. Ma se riesci a farlo nel modo giusto, allora potresti essere in grado, in qualche modo, di fare il bucato e persino di bere del vino. Cerco di distendere le lenzuola grigie su di un materasso futon nero, ma è difficile sistemare delle lenzuola su un materasso del genere senza che qualcuno ti aiuti. Scuoto la testa e parlo da sola ad alta voce. Parlo ad alta voce alle lenzuola color grigio ardesia, mentre prendo i cuscini abbinati dallo sgabello in metallo.

Vorrei tagliare i capelli. Vorrei sbronzarmi con del vino stando sotto al sole e poi, forse, farmi toccare da uno sconosciuto, farmi accarezzare i capelli da uno sconosciuto. Apro l’armadietto e prendo una compressa di Xanax che conservo in una di quelle confezioni metalliche di mentine Altoids. Afferro la bottiglia come se fosse un uomo e mando giù un altro sorso di vino. A volte mi taglio i capelli da sola con delle forbici di merda per bambini, ma, visto che oggi mi ritrovo con qualche dollaro in tasca, decido di andare dal barbiere. Preferisco il barbiere al salone di bellezza. Le donne che frequentano i saloni di bellezza sono così raffinate e hanno un loro modo di atteggiarsi fatto di cazzate che non mi appartengono. Mi piace la bottega del barbiere con il suo odore di dopobarba nell’aria. Il vecchietto che taglia i capelli si fa chiamare Sweeney. Per me assomiglia a una rana e, per questo, nella mia mente lo chiamo “Sweeney Frog”. Le mani di Sweeney Frog tremano veramente tanto, ma come afferra le sue forbici diventano ferme. In piedi, nel centro della cucina, finisco di bere la mia bottiglia di vino, fissando le punture di cimice che ho sulle braccia. Prendo gli avanzi di una melanzana alla sichuan dal frigo, ne mangio qualche boccone e poi la butto via nella spazzatura. Chiudo la porta e vado da Sweeney Frog.

Sweeney Frog si trova subito dopo la lavanderia automatica Sudz e Pasta Man. Apro la porta e trovo due vecchi che leggono delle riviste mentre aspettano. Sweeney Frog è impegnato con la sua macchinetta a rasare giù fino all’osso i cappelli di alcuni ragazzini. Mi siedo accanto ai due uomini e prendo dal tavolo un catalogo di fornitura per trattori. Mi soffermo sulla pubblicità dei prossimi saldi in autunno, ma, in realtà, continuo a pensare a Sweeney Frog.

L’ultima volta che sono passata a tagliarmi i capelli, il salone era vuoto e Sweeney Frog mi ha raccontato del suicidio di sua moglie. Mi disse che si era provocata un’overdose di proposito quando loro non erano altro che “giovani creature”, dopo che avevano perso diversi bambini, e che lui rimase là, a cullarla tra le sue braccia, fino a quando lei non morì. Sweeney Frog non si è mai più risposato e porta ancora la fede al dito della sua mano sinistra. Dopo avere terminato anche con il taglio dei due vecchi, mi fa un gran sorriso e poi mi ripete la solita frase che mi dice ogni volta che vado da lui: «Un giorno li taglierai e li nasconderai, piccola.» D«Un giorno gli taglierai la gola e poi nasconderai i loro corpi, piccola.» La prendo come un complimento.

Chiedo a Sweeney Frog di darmi solo una spuntatina e lui inizia a far roteare il pettine in un bicchiere con del liquido blu, mentre si sente la musica di Otis Redding provenire da qualche parte nel retro della bottega. Sweeney Frog ci impiega sempre tanto a tagliare i capelli perché gli piace molto chiacchierare. Mi riempie di notizie di gossip locale che riguardano le attività commerciali del centro: di una yougurteria che sta per aprire in fondo alla strada e che si chiamerà “Noonies”; che il ristorante a Downtown Mall ha perso la sua licenza per gli alcolici per aver servito bevande alcoliche a ragazze minorenni; che al mercato ortofrutticolo un uomo è stato arrestato perché vendeva biscotti alla marijuana sottobanco. Io, invece, racconto a Sweeney Frog delle cimici che ho nel letto, delle donne che urlavano nella lavanderia automatica e dell’australiano. Che ho visto Pasta Man mangiare una mousse di mele e Sweeney Frog, incredulo, mi risponde che non ci crede e che proprio l’altro giorno gli ha tagliato gratuitamente i capelli e io gli dico: «Bene.» Sweeney Frog continua tagliando un po’ qua e un po’ là e poi, una volta terminato, con un piccolo pennello spazzola via i capelli dalle spalle e dal collo.

Mentre ritorno a casa, mi fermo al negozietto ABC all’angolo di Market Street per comprare una bottiglia di Wild Turkey. I capelli che Sweeney non è riuscito a togliere via con il suo pennellino mi prudono. Faccio la fila con in mano la mia bottiglia di Wild Turkey, continuando a grattarmi il collo. Il nome della cassiera scritto sul suo tesserino è “Wylodine”. Le sue unghie sono ricostruite e affilate come punte di matita. Mi innamoro di lei per qualche istante mentre la guardo muovere i suoi lunghi capelli tinti di nero avanti e indietro, intenta a controllare le carte d’identità. Sembra il tipo di ragazza che è brava a piangere a comando. Le do i soldi e mi chiedo se ha un cane husky. Ha gli occhi azzurri e le ragazze con i capelli neri e gli occhi azzurri amano gli husky. A volte hanno anche dei tatuaggi di husky sull’avambraccio o su una spalla. Le sue unghie sono così lunghe. Esco dal negozio e ritorno al mio appartamento.

 

“Sweeney Frog”, un racconto di Rebekah Morgan dal magazine di Tyrant Books.
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