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Palladineve Jr.

[Racconto tratto dal magazine online New York Tyrant.
Traduzione dall’inglese di Stefano Pirone.]


Quando ero un cervide ero una cerva. Mia madre mi spinse fuori mentre strofinava il muso su un’enorme quercia. Era primavera. C’era un ruscello nelle vicinanze. Gli uccelli cantavano sempre: stornelle, passeri, usignoli. Riuscivo a sentire tutto meglio di quanto avessi udito prima di allora. Ma non sapevo se i cari della mia vita passata fossero lì con me. Mi mancavano.

E sentivo la mancanza di cose che non mi sarebbero dovute mancare. Mi mancava l’uomo con le dita tozze, la puzza di quel terribile lubrificante burroso. Il bagno col pavimento color pesca. Il letto vibrante e i milkshake alla banana. L’uomo sposato che mi chiamava Mamma. Mi rattoppava gli pneumatici, mi faceva la spesa. Mi strozzava nel suo appartamento male illuminato mentre in televisione c’era Jeopardy. Mad Dawg 20/20. Omegle. Sputo che dondolava dalle mie labbra e gocciolava sopra le sue. I morsi al suo tatuaggio di un ratto.

Mi mancava l’uomo che somigliava a Bob Dylan sulla copertina di Blonde on Blonde. Indossava jeans macchiati di vernice. Ci incontrammo all’aeroporto LAX. Gli cedetti la mia copia di VICE. Gli dissi di leggere il racconto “Malibu” su un uomo che infilava il proprio pugno nella bocca di una donna sconosciuta. Era un volo notturno e osservavo la cima della sua testa che riluceva qualche fila davanti a me. Stava leggendo. Mi sentivo elettrizzata.

Ma quando ero una cerva, il vento soffiava e io riuscivo a sentire l’odore dell’interno di fiori lontanissimi. Sentivo auto che si avvicinavano come oceani. Sentivo api che costruivano alveari.



D’estate io e mia madre mangiavamo nei campi di germogli di soia. Era il nostro posto preferito in cui mangiare. Erano aperti e facili, deliziosi e gradevoli. E in autunno, quando ero più grande, mia madre mi portava nei giardini sul retro delle case della gente di campagna. Ma solo di mattina quando il cielo era viola-rosa e la rugiada luccicava sui meli. La mia madre cerva distendeva il suo lungo collo e raccoglieva le mele per me. Volevo chiederle cosa udisse. Ma potevo comunicare con lei solo con atti di servizio. Quella era stata la mia lingua anche prima, quando strofinavo Creme de Corps della Khiel’s su nocche spaccate, spazzavo il suo pavimento; con lui che mi filmava mentre ero appoggiata sulle mie ginocchia, il mio primo video.

Lasciavo che la mia madre cerva mi pulisse con la sua lingua morbida. Bevevo il suo latte molto volentieri.



La mia madre precedente non si prendeva mai cura di me. Non lasciava mai il letto. Divenne sempre più grassa ogni anno della mia giovinezza che passava. Sbatteva i piedi a terra quando camminava. Odiavo quel suono. Una volta andammo a Disney World e l’addetto della Space Mountain non riuscì a imbragarla. Mia madre prese una macchina per l’apnea notturna così che il grasso sul suo collo non la soffocasse la notte. Mi dava da mangiare torte Little Debbie e panini con le patatine. Poi si fece un bypass gastrico, dimagrì, cominciò a portare top scollati e ombretto. Saltava di lavoro in lavoro come cameriera. Spettegolava come una ragazzina delle medie. I cuochi e i poliziotti dell’area passavano a vederla durante i suoi turni. Le sue collane si impigliavano sui porri del suo collo. Mi pregava di schiacciarle le cisti sulla schiena. Sapeva essere davvero meschina. Amava Prince e i Lynyrd Skynyrd, il reality show “The Bachelorette” e la principessa Diana. Mi portava un pacco di ovatta nuova quando mi veniva l’herpes. Non leggeva, non cucinava, non si tagliava mai le unghie. Il suo papino la chiamava Palladineve.

E io ero Palladineve Jr. Ero un cervide dalla coda bianca, una cerva. Le mele che mangiavo ogni autunno erano croccanti e dolci. Odoravano di pulito quando le sgranocchiavo. Davano al mio piscio un odore forte.

È allora che i cervi cominciarono ad arrivare, ed erano in calore per me.



La prima volta che fui montata da un cervo mi ero allontanata molto da casa. Avevo attraversato due strade di campagna giungendo in un campo di arachidi. E nella mia testa risi, ricordando di quando ero una bambina e la mia mamma grassa si sedette accanto a me con un libro intitolato Da dove sono venuta?

“Pene,” diceva il libro. “Suona come ‘Peanuts,’ arachidi.”

Il cervo aveva un odore di pelo oleoso e piscio, simile al mio ma più stantio. E mi chiesi chi fosse il cervo, se era stato qualcuno prima. Sarebbe potuto essere Napoleone, Cleopatra o Maria Maddalena. Ted Bundy o Robert E. Lee.



Quando l’uomo sposato mi filmò mentre ero sulle ginocchia disse che avrei potuto guadagnare un sacco di soldi. Avevo bisogno di comprare nuovi pneumatici e rimuovere un dente del giudizio. Tirò fuori il suo coltellino tascabile e mi incise lungo le cosce. Ma questo cervo aveva problemi a trovare l’equilibrio. A ogni spinta i miei zoccoli anteriori affondavano di più nel terreno. Il campo era secco e polveroso. Era buio, ma nella mia mente era come un film, vedevo un riflettore che brillava dietro di lui, l’ombra delle sue corna, un groviglio pungente davanti a me. Sentivo gli usignoli che cantavano.

Dopo che il cervo ebbe finito iniziai a correre da mia madre.

Non riuscivo a vedere nulla, tanto che correvo veloce.

Quando ero piccola facevo finta di essere malata così che potessi restare a casa e avvolgermi in un bozzolo di coperte. Tiravo fuori la testa e guardavo History Channel. Come forma di meditazione, la regina Elisabetta traduceva dall’inglese al latino e poi ritraduceva dal latino all’inglese. Scrisse un intero libro di poesie così. Stavo pensando a questo, al movimento sicuro del suo calamo, quando un’auto mi investì.

Riuscii a portarmi dall’altro lato della strada ma le mie interiora cominciarono a sanguinare all’esterno. Cascai nel prato di una chiesa di campagna e venne una forte pioggia. Caddi sui miei occhi, sulla mia lingua spugnosa. Il terreno stava diventando fradicio e mi sentivo affondare. Sapevo cosa mi sarebbe accaduto.

L’avevo visto accadere quasi ogni giorno, i grossi avvoltoi neri. Quando si saziavano aprivano le ali e restavano immobili come statue, risplendendo caldi al sole. Ma una cosa che non sapevo era il suono che le loro piume facevano mentre restavano fermi. Il vento che si spingeva attraverso le loro fitte piume creava un fischio lungo e acuto.

Ma quando ero una cerva, speravo che la mia fine fosse diversa. Lo so che è un cliché ma l’unica cosa che riuscivo a pensare era una grande composizione erotica di Debussy. Prélude à l’après-midi d’un faune. E desiderai di poterla ascoltarla mentre morivo. Per quel che ricordo, all’inizio c’erano arpe e un corno.





Leggi il racconto in lingua originale su New York Tyrant: http://magazine.nytyrant.com/snowball-jr-ashleigh-bryant-phillips/

illustrazione Palladineve Jr. - Ashleigh Bryant Phillips
“Palladineve Jr.”, un racconto di Ashleigh Bryant Phillips tratto da New York Tyrant e tradotto da Pidgin Edizioni

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