Frutto del tuo ventre – Elle Nash

Le sue forbici pneumatiche affondano nella carne di migliaia di polli con movimenti ripetitivi, ma la mente di Dee-Dee è altrove, concentrata su ciò che si muove dentro il proprio corpo. Dopo diversi aborti spontanei, sente che questa è la volta buona: porterà alla luce la sua bambina. Con lei sarà completa, finalmente vista e amata, prima di tutto dal compagno, un ex galeotto ossessionato dagli insetti, e dalla religiosissima madre. Quest’ultima non manca mai di rimproverarla al telefono per la sua vita peccaminosa; a maggior ragione da quando ha abbandonato la Chiesa Pentecostale, dopo che questa l’ha segnata in maniera indelebile.

Quando Sloane, l’amica carismatica della sua adolescenza, ritorna dopo vent’anni, riaffiorano forti insicurezze e desideri repressi. Però stavolta né l’ennesimo aborto né la gravidanza di Sloane riusciranno a scoraggiarla: Dee-Dee è determinata a mettere al mondo la sua bambina, costi quel che costi.

18,00

Dal 24 febbraio 2026

Descrizione

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Dicono di questo libro:

“Leggere l’opera di Elle Nash significa ritrovare la fiducia nella natura selvaggia, umida e viscerale della narrativa americana contemporanea. Frutto del tuo ventre è una liturgia pungente di insetti, bambini, carne, vangeli, donne che desiderano altre donne, donne che desiderano uomini e il corpo umano.” – Melissa Broder

Informazioni aggiuntive

Scritto da

Collana

Pagine

316

Formato

Cartaceo, copertina morbida, 12,5 x 19,5 cm

Anno di pubblicazione

2026

Incipit

(Incipit del romanzo “Frutto del tuo ventre”, di Elle Nash, primo capitolo)

La fabbrica è un corpo fertile, ogni petto un nuovo inizio. Creo geometrie di carne e in questo modo tengo in ordine la mente – straccetti rassicuranti e bastoncini perfetti, le mie forbici pneumatiche danno un senso a questo caos.

 Sono le quattro meno dieci quando arrivo al piano con la mia casacca unisex e a Numero Cinque girano le scatole. Mi infilo i manicotti monouso, poi mi annodo il grembiule di plastica dietro la schiena. Tutto ciò che arriva nella nostra sezione è perlopiù color pesca con grumi giallo sbiadito di grasso. Grazie a Dio non c’è sangue. Quando non sono al lavoro, rievoco il movimento delle mie dita su ciascun petto liscio, tastando in cerca di un osso sporgente o del filo di un tendine sotto il lattice del mio guanto. Numero Cinque mi becca che mi lascio sfuggire un petto e urla. Alzo gli occhi, poi accelero le operazioni di taglio per rimettermi al passo. Carne tremolante casca e rotola sul nastro trasportatore a una velocità di centoquaranta uccelli o più al minuto, e io taglio, e taglio ancora, poi lancio i pezzi in larghe vasche color smeraldo da smistare. Concentrarsi viene difficile e il disinfettante mi appanna la visiera protettiva. Stamattina il cielo era limpido come se fossimo a luglio; mentre attraversavo le porte di vetro che riflettevano la luce dell’alba, sentivo che c’era qualcosa di diverso, non riuscivo a smettere di stringere la pelle della pancia. Nello spogliatoio, ho affondato le mani nei miei fianchi, in cerca delle protuberanze del bacino sotto il cuscinetto del mio grasso spugnoso e dolorante.

Durante la prima pausa, ingoio la nausea che sta strisciando su per la mia gola. Esco fuori e supero le file di macchine parcheggiate, mentre il sole si solleva a malapena e la costellazione si dissolve a nord. Mamma la chiama Croce del Nord. «Dio ci guarda dall’alto», direbbe, ma quando sono andata a vivere da sola e ho avuto accesso a internet, ho fatto una ricerca. Non è una croce, ma un cigno in volo. Solitamente l’aria fuori è gonfia di sangue e scarti animali, ma oggi ha un odore terroso, come di erba selvatica e latte fresco. La mite campagna al di là dell’autostrada è punteggiata da case mobili color pastello, vecchi pagliai, balle di fieno intrecciato, la nostra fabbrica incastonata precisamente tra tutto ciò e alcuni ettari di allevamenti di polli – se si possono definire così. Capannoni oblunghi, grandi come magazzini, con migliaia di capi di pollame che respirano la propria merda. Siamo la stazione di macellazione. Il più grande fornitore di carne avicola per Missouri, Arkansas e Oklahoma.

Quando la prima pausa è terminata, gli operai tornano ordinatamente alle loro sezioni come biglie che rotolano lungo uno stesso declivio. Numero Tre appare accanto a me.

«Buongiorno, Numero Quattro».

Faccio un cenno con la testa e mi copro il naso con la mascherina di carta. Sento i morsi della fame che affondano, e la pressione del muscolo della mandibola, sotto la lingua, mi fa salivare. C’è un gonfiore sotto il mio ombelico, turgido e indolenzito. Cerco di ricordare l’ultima volta che ho sanguinato. Tre settimane fa, forse. Non è mai stato regolare, a volte ci mette un mese, ma penso sempre: È di nuovo qui. Dentro di me. Suona una sirena e il nastro trasportatore torna a cigolare, prima nel magazzino adiacente, poi nel nostro. Il sibilo dell’aria attraversa il tubo delle mie forbici, e io preparo le lame aprendole e chiudendole alcune volte. Per il resto del giorno, taglio e taglio e taglio.

Quando torno a casa, Papi è sul divano e guarda un programma su donne che si sottopongono a operazioni estreme di chirurgia e passano settimane in albergo, lontano dalla famiglia, a lavorare per perdere peso insieme a istruttori. Poi vengono mostrate nella loro nuova e autentica forma. Queste donne non sono mai state brutte, afferma il conduttore, stavano solo nascondendo la loro bellezza. Gli interventi di chirurgia plastica le hanno aiutate a schiudersi, un po’ come si apre con delicatezza il bocciolo di un fiore. La luce della TV si riflette sul whisky di Papi. È robaccia da quattro soldi; sento il suo odore dolciastro da qui. Quando mi chino e lo bacio sul lato della bocca, il sapore di acetone penetra tra le mie labbra. Faccio scivolare lungo la sua mascella butterata un dito debole, che sobbalza sopra la cicatrice nodosa sulla sua guancia.

«Hai già mangiato?» chiedo.

«No», risponde. «Ho scritto a Blake. Nessun lavoro di giardinaggio, oggi».

Mi strofino le mani e gli avambracci sul lavandino della cucina e noto un taglio infiammato vicino al pollice. Il primo giorno, mamma mi ha chiesto se avessi paura di ferirmi o perdere un dito. Lei vive a un’ora da qui, su un pezzo di terra boscosa accanto a un piccolo burrone, e telefona quasi ogni giorno. Mamma ama chiamarmi, ora che è tutta sola. Una figlia deve ascoltare la propria mamma. Non è così che dice la Bibbia? Onora i tuoi genitori. È sempre il figlio che deve essere diligente, responsabile, specialmente adesso che mamma sta diventando più gracile. E lei ha i suoi bisogni, non vuole più stare da sola. Mamma vuole dei nipotini, e io sono l’unica che glieli può dare. Superata la soglia dei trent’anni, ha cominciato a chiedere con intensità crescente: «Quand’è che ti deciderai a sposarti e ad avere figli, Dee-Dee?» La capisco, perché anch’io voglio dei figli. Più di qualsiasi cosa, vorrei una bambina. Così che io possa insegnarle ciò che ho imparato, così da avere qualcuno in cui riconoscermi. Qualcuno in cui rispecchiarmi. Passo il grosso dei miei giorni pensando a mamma, alla gravidanza e alla mia figlia futura, ossessionata dal grasso sulle cosce e sulla vita, che è già larga e morbida e formosa, desiderosa che il mio corpo cresca ancora e ancora di più. Tutto il giorno, i miei pensieri si fanno avanti barcollando e ripetono cose come mia mamma, mia mamma, mia mamma.

Se adesso dicessi a mamma della benedizione che ho ricevuto, lei ripeterebbe il mio nome con la sua lingua molle e gonfia, come se io non bramassi già abbastanza la sua approvazione. Dee-Dee, direbbe, poi si interromperebbe per bagnarsi le labbra, finché le campane della chiesa non suoneranno e il riso non vi pioverà addosso, non dovreste neanche pensare di avere un figlio. Non è giusto. Non adesso.

Giusto agli occhi di Dio, intende. A questo punto non deve far altro che sottintenderlo. Tutto in questo paese e nello stato del Missouri dipende da ciò che è giusto agli occhi di Dio. È difficilissimo accontentarla, eppure so che ha ragione, perché una qualche rassicurazione da parte di Papi renderebbe tanto più semplice il tran-tran giornaliero. Se fossimo sposati saprei per certo che siamo una squadra, che lui intende prendersi cura di me; che un giorno il macello finirà.