Criptorchidìa – Inverno Pluto

 

“Oggi è:
I vicini somali del terzo piano, nel palazzo di fronte, che fanno sesso. Inarcano la schiena e sembrano un fiore di cuoio.
La carena della moto di Cassapanca rigatacon un cacciavite a stella.
Un libro di Pasolini.”

 

C’è un ragazzo che elenca malattie con la precisione di chi ha trovato nella compulsività l’unico modo per stare al mondo. Come l’ossessione per l’omicidio di Luca Varani, che sembra avere ormai tutte le risposte, tranne una, fondamentale, e riguarda suo padre che tira a campare con i balli di gruppo e gli impicci. C’è Vittoria, che non ha nessun altro che lui e c’è San Basilio, e il Collatino, e un muretto su cui i due si siedono ogni giorno a osservare un boro affacciato alla finestra. Criptorchidìa è un racconto che procede per frammenti e accumuli, in una Roma di periferia dove tutto è già successo e nulla si può dire ad alta voce.


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10,00

Dal 7 luglio 2026

Descrizione

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Informazioni aggiuntive

Scritto da

Collana

Pagine

80

Formato

Cartaceo, copertina morbida, 12 x 17 cm

Anno di pubblicazione

2026

Incipit

[Incipit di Criptorchidìa, di Inverno Pluto]

Durante la festa del mio undicesimo compleanno papà ha detto: La testa sembra te s’è rimpicciolita. Soffia prima che scompari.

 

Alcune cose che mi piacciono: il mumble rap, i lampioni su Ponte Sisto, Vittoria, la speculazione edilizia, Craxi, alcuni difetti congeniti come la spina bifida, anche Andreotti, anche le orecchie retroruotate e il labbro leporino, i maniglioni antipanico, gli appartamenti degli sconosciuti visti dalla strada, il nastro isolante Advance blu elettrico, le salviette umidificate, Warcraft: Orcs and Humans, Warcraft II: Tides of Darkness, Warcraft III: The Frozen Throne, Lil Peep, XXXTentacion, le lenzuola stese, le foto del traffico, il Mito Pelasgico della Creazione, l’acrilico, anche gli acquerelli,
la sindrome di Mingus-Norton e la criptorchidìa. Lil Peep è più bravo di XXXTentacion. Lil Peep è morto. Andreotti è più bravo di Craxi. Sono morti.

Vittoria dice che sono ritardato, uno di quelli che mettono i raudi nella merda, fanno il bagno con i braccioli, contano con le dita. Dice: Se nascevi inamerica sparavi a tutte ’e cose. Immagino lo faccia per una sorta di autoprotezione, il senso d’inferiorità che prova nei miei confronti la porta a convincersi che sono meno intelligente di lei. Addirittura uno stupido. Il motivo è che la confondo, perché ho una personalità senza accenti. Ci conosciamo da quando siamo bambini, perché abitiamo nello stesso quartiere e, in modi diversi, siamo due persone con cui nessuno vuole condividere nulla. Io perché non voglio stare con nessuno, nemmeno con lei, che ha le pezze al culo e tutti quelli con cui vorrebbe condividersi hanno la Vuitton e le Triple S di Balenciaga. Vittoria sta appiccicata a me perché non abbiamo amici. Non la contraddico mai, lascio che parli sempre e solo lei.

A volte nemmeno rispondo alle domande che mi fa, perché può tranquillamente rispondersi da sola. Scompaio dietro e dentro la sua ombra. Sta con me perché sono l’unica persona che sta con lei. La guardo e allora alza gli occhi e smorfia la noia. Dice: Eccallà, vedi? Quella è la faccia de uno che pensa de sparà dentro ’na scola.

Oggi è:
Le macchine incolonnate al semaforo perché c’è un incidente sul raccordo.
La pianta di basilico morta perché ha bisogno di molta acqua.
Papà che di notte guarda Alvaro Vitali su Rete 4.

 

Io e Vittoria siamo seduti a cavallo del muretto di cinta. Io davanti e lei dietro. Le sue cosce quasi contro le mie, la sua pancia contro la mia schiena. Il seno non ce l’ha, quindi costole e spina dorsale. Guardiamo dentro la finestra di uno che le piace. È in casa, perché c’è la moto parcheggiata di sotto. Unisco a cerchio indice e pollice e ci guardo dentro, chiudo l’altro occhio. Miro la finestra. Vittoria dice: Macché stai affà? Le rispondo che isolo. Il suo corpo ha uno spasmo perché sta ridendo. Io penso alla paraparesi spastica. Dice che sono uno scemodimmerda. Le domando come si chiama il tipo che le piace e lei dice: Eccolo! Le chiedo di nuovo come si chiama e lei urla: Cassapanca! e si butta di sotto dal muretto, appiattendosi contro l’asfalto. Il tizio, a petto nudo, si volta e guarda fuori dalla finestra. In strada vede solo me, si affaccia e muovendo il mento, ma senza pronunciarsi, mi chiede se ho bisogno. Poi si sporge a controllare la moto. Cerca qualcosa in tasca. È un pacchetto di sigarette. Ne sfila una buona e la schicchera di sotto. Atterra a quattro metri. Lo guardo e allora rientra, ma lascia la finestra aperta e ogni tanto alza la testa. Vittoria mi dice: Dimme quanno senè annato, e io le rispondo che non se ne va, perché s’è seduto al tavolo e guarda un po’ qui e un po’ la televisione. Poi le dico che mi ha lanciato una sigaretta e Vittoria dice: Pijala pijala pijala.

Questo è successo un po’ di tempo fa. Poi lui si è chiuso la finestra davanti, ha spento la luce, ha abbassato le tapparelle e io ho detto a Vittoria di rimettersi in piedi. Ora, invece, siamo su una panchina nella via parallela all’appartamento dove Foffo e Prato hanno ammazzato Varani. Si gira la sigaretta tra le dita, l’annusa. Dice: Che faccio, maafumo che magari prima de lancialla se l’è messa ’n bocca e allora è come se se baciamo? Io non le rispondo e allora lei mi chiede che cosa sto facendo. Le dico che sto scrivendo e lei dice: Ho visto che stai a scrive. Chesscrivi? Smetto.

Quando papà aveva l’età che ho io adesso, è stato arrestato per atti osceni in luogo pubblico. Ha mostrato il pene alla signora delle pulizie. La signora passava lo spazzolone sul pianerottolo, papà ha aperto la blindata, era senza mutande e ha fatto l’elicottero. Quando me lo ha raccontato rideva.


Alcune cose che non mi piacciono: zio Alfredo, il macellaio all’angolo, nonna Romana quando era viva, anche nonno Ettore quando era vivo, Vittoria, Victor Hugo, l’attore che fa il canaro in quel film di Garrone, Cassapanca, Cristiano Ronaldo, anche Ezra Pound, papà quasi sempre. Queste però non sono cose, sono esseri umani. A parte Cassapanca.

Non ho mai fatto entrare in casa Vittoria. Perché è meglio di no. Mi aspetta in strada, appesa a YouTube come quelli appesi alle flebo.

Mi chiede: Testa de ginocchio, perché a casa tua nun me ce fai venì? E siccome sa che tanto non le rispondo mai, s’è voltata e ha detto: Fregancazzo. Poi mi ha detto che la sera prima ha visto mio padre alla Snai che si guardava i risultati della Bundesliga. Vittoria è appassionata di calcio. Ha detto: Se sputtana i sordi dei balli de gruppo stammerda, ve’? L’ho guardata camminare davanti a me, incollata al telefono, l’AirPod seduto sul padiglione auricolare come sopra un dondolo oppure una poltrona di design. C’è un’altra cosa che mi piace: l’impianto cocleare. Ciabatta dentro Nike senza lacci, a passo di marcia. Ogni tanto rallenta, digita qualcosa e poi riprende a camminare. Si è voltata, mi ha preso per un polso e mi ha tirato. Ha detto: Li mortacci oh, quanto sei lento.

Ho chiesto a papà di dire a Vittoria che non sono in casa. Papà chiede: Dove dico che stai? Ci penso e gli dico dallo zio Alfredo. Papà dice: Perché nun la voi vedé? Gli rispondo che devo fare una cosa. Papà dice che va bene e torna a ragionare sul Totocalcio. Sembra che stia facendo delle equazioni difficilissime e magari è vero. Mi chiudo in camera, mi sdraio sul pavimento. Aspetto fino a sera.

Una volta ho visto Marco Prato davanti al Lanificio