Marla – Ilaria Padovan
“Io a Marla la amavo. La amavo come un tredicenne incazzato. Senza scampo. Peccato che lei c’aveva il malesangue.”
Da ragazzi si sono trovati in una periferia, due scarti uniti da una rabbia ardente. Lui vive in una casa-famiglia e sogna soltanto un giubbotto caldo. Marla ha il malesangue, brucia quaderni, cava gli occhi alle bambole; sua madre pretende di curarla affogandola. I due si sono scambiati promesse impossibili, ma poi arriva il fuoco, e lui sceglie di sopravvivere dimenticando. Anni dopo, lui lavora per una ditta di sgomberi: entra nelle case dei morti, le svuota, cancella ogni traccia. Vive in prestito, nel letto di Ludovica, ripetendo giorni tutti uguali. Finché un appartamento non gli restituisce l’odore dei ricordi che credeva inceneriti. Marla ritorna per rinfacciargli le promesse infrante. Ma forse, in fondo, non se n’era mai andata.
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Dal 22 aprile 2026
Descrizione
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Informazioni aggiuntive
| Scritto da | |
|---|---|
| Collana | |
| Pagine | 104 |
| Formato | Cartaceo, copertina morbida, 12 x 17 cm |
| Anno di pubblicazione | 2026 |
Estratto
[Estratto da Marla, di Ilaria Padovan]
RABBIA & PANCARRÉ
Stamattina, a Marilina, sto sole di merda le s’infilava nel collo.
Era solo un raggio di sole, ma le tranciava la gola.
Ho provato a non guardare, giuro. Ma niente, le apriva la gola.
Stamattina c’era il sole, ma tanto, al sole, gliene sbatte un cazzo di noi. Zero.
Eppure, lo dovrei sapere bene che ogni tanto gira giusta ma oggi no. Oggi è na merda.
Avrei dovuto saperlo.
Ma io, di mio, non ci capisco mai una minchia. Mai.
Io a Marla la amavo. La amavo come un tredicenne incazzato. Senza scampo.
Peccato che lei c’aveva il malesangue. Quel veleno che te lo porti nelle vene e non te lo schiodi più. Che eravamo due schifezze, noi due. Tristi come gli elefanti che pigliano i calci al circo.
E no che non va sempre a finire male, però quella volta là sì, cazzo.
E io sì che la amavo. Che la volevo. Ma ho scelto di scordarmela. Meglio così, meglio scordarmela. Meglio seppellire tutto.
Non me n’ero mica accorto, ma, alla fine, qualcosa mia madre me l’aveva pure insegnato, sì. Se vuoi campare, devi fare scelte di merda. Lei era andata a finire che aveva fatto la puttana. Io, che m’ero scordato. Che ero diventato qualcun altro.
T’ho tradita, Marla. Porca troia se è andata così.
L’avevo tradita a Marla.
Avevo sbagliato. Sbagliato.
Non potevo farci più niente. Pensavo che mi lasciava stare. Che capiva, Marla. Cazzo, che scemo. Però sono andato avanti. Ho fatto una cosa tremenda e sono andato avanti. Che cristo ci potevo più fare? Tanto il sole s’infila nella gola delle persone e non ce ne frega una sega di noi. Cosa potevo fare io, un ciccione scemo e incazzato? C’avevo tredici anni. Un giubbotto XXL blu Carhartt.
La rabbia.
Solo quella.
Per mia madre. Mio padre. Per me. Diocaro, soprattutto per me.
C’avevamo la rabbia io e Marla. C’avvelenavamo, di quella, di pane andato a male, di tutto quello che ci capitava a tiro. E quella è na roba che ti tiene assieme. Non siamo stati i primi e manco gli ultimi: era come esserci innamorati. Per questo, ci siamo confusi. Abbiamo sbagliato. Abbiamo pensato di amarci, che coglioni. Abbiamo sbagliato. Era solo sta cosa della rabbia cattiva che ci teneva assieme.
Giurami che ci sei. Che non sparisci. Che non mi lasci annegare.
Promettimi: che non c’ammazziamo, noi.
Così m’aveva chiesto.
Marla, m’aveva chiesto sta cosa. E io ci avevo detto di sì.
Marla era sempre cattiva.
Aveva sempre paura, ma non me lo diceva mai.
Quel giorno, invece, m’aveva chiesto così.
E io ho pensato che l’amavo, ho pensato che l’amavo davvero, cazzo, che l’amavo pure di più.
Che pure lei, allora, mi voleva un po’ di bene. Che se era così, se si faceva vedere così, allora anche lei magari mi amava.
Qualsiasi cosa succede, io di te mi ricordo. Ci sono. Te lo prometto.
C’avevo detto così. Di noi, avevo pensato. Mi ricordo di noi. Ma ci avevo detto così: qualsiasi cosa succede, mi ricordo di te.
Lei m’aveva guardato. Manco un sorriso, pure se quando voleva sapeva sorridere Marla. Quando voleva, Marla sapeva esplodere sorrisi che mi mangiavano il cuore a morsi. Quella volta là, m’aveva solo guardato: una condannata, ma io mica lo sapevo. L’ultimo desiderio del condannato a morte. Oggi penso che sono strane le condanne: hanno sempre la faccia di qualcuno che ci volevi bene.
Marla, io dovevo. Ho dovuto. Ho dovuto fare così: per andare avanti. Mi dispiace, cazzo. Sei morta. E non dovevi. E penso che deve essere terribile crepare e rendersene conto. Ma te non hai fatto niente. Anche se te n’eri accorta, porca puttana. A me si scioglievano le palpebre, non ho potuto aprire gli occhi per mesi, le ciglia me li avevano appiccicati insieme. Ma te non hai fatto niente. Deve essere stato tremendo, ma non hai fatto niente, Marla.
Ero cieco. Ora vedo. Ma non serve a un cazzo lo stesso.
Ce l’ho addosso, il tuo odio. Ce l’ho nelle ossa.
Abbiamo pensato di essere innamorati: era solo rabbia.
Abbiamo sbagliato.
Mi dispiace.
La sto scontando io la tua condanna. Ma, almeno, di te non mi volevo ricordare. Io pensavo che mi lasciavi in pace, che capivi che non mi volevo ricordare di noi. Di noi di quando abbiamo preso fuoco.
Pure se adesso brucia poco.



