Una florida ed eccitante vita interiore – Paul Dalla Rosa

Traduzione di Stefano Pirone

Che abitino a Melbourne o a Dubai o a Los Angeles, che lavorino come sguatteri in un fast-food o come commessi di alta moda, che alloggino in un minuscolo appartamento o in una lussuosa casa vacanza a Maiorca, i protagonisti di questi dieci racconti cercano di alzare l’asticella della propria esistenza verso una vita più seducente, perennemente sospesi tra aspirazione e delusione. Inseguono la ricchezza, l’eleganza e l’abbandono al piacere dei sensi, ma i loro sogni a occhi aperti vengono immancabilmente infranti dalla brutale realtà, in cui piccoli errori di calcolo e questioni in sospeso si accumulano fino a un punto di rottura. Con il suo stile tagliente e ironico, Paul Dalla Rosa è un osservatore acuto e spietato del disincanto del tardo capitalismo e delle promesse non mantenute dalla globalizzazione, che sa anche sorprendere con squarci di tenerezza che fanno emergere, nel bene e nel male, tutta l’umanità dei suoi personaggi.

18,00

Disponibile

Descrizione

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DICONO DI QUESTO LIBRO:

“Elettrizzante, appassionante, esilarante.” – Christos Tsiolkas
“Un’esplorazione intrisa di umorismo nero su classe, sesso e sogni infranti.” – AnOther
“Amo questi racconti voyeuristicamente appassionanti, divertenti e ingannevolmente semplici. Paul Dalla Rosa ha articolato perfettamente la bizzarria dell’isolamento e del comportamento umano.” – Halle Butler, autrice di “La nuova me”
“Una raccolta di racconti veramente eccellente. Dovreste leggerla tutti, sia per l’arguzia di Paul Dalla Rosa sia per la bellezza delle sue frasi.” – Brandon Taylor, autore di “Una vita vera”
“Da schianto.” – Chelsea Hodson, autrice di “Stanotte sono un’altra”
“Le battute sono eseguite abilmente; i dialoghi sono divertenti. Ma al di sotto, queste collisioni tra automobili dalla coreografia ben orchestrata sono tutte attratte dallo stesso, tenero polo magnetico.” – The Guardian
“Dalla Rosa compone scene con precisione ed eleganza, ma da questo luccichio emerge qualcosa di crudo e fragile: umorismo freddo ed esilarante, e osservazioni taglienti sull’insoddisfazione e sul desiderio.” – The Saturday Paper
“Racconti di anime perdute, reality TV e sesso anonimo per una lettura florida.” – The Age

Informazioni aggiuntive

Scritto da

Tradotto da

Collana

Pagine

232

Formato

Cartaceo, copertina morbida, 12,5 x 19,5 cm

Anno di pubblicazione

2024

Incipit

(Incipit del racconto “La fama”)

Su Grindr dicevo alle persone che stavo per sfondare nel giro, ma che stavo anche aspettando il momento giusto. Ero una triplice minaccia – ballerino, cantante, attore – se non di più. Avevo tutto, e questo mi avrebbe reso famoso. Solo che non sapevo esattamente quando e come.

All’epoca vivevo sulla Gold Coast. Sembrava un po’ di essere in California, con parchi a tema, palme e acqua, ma non era la California. Non avevo i soldi per un biglietto aereo per la California, ma non importava. Percepivo ancora una sorta di glamour, la sensazione che i miei sogni non solo fossero possibili ma persino imminenti, che tutto ciò che dovevo fare era allungare la mano e afferrarli.

Ero andato sulla Gold Coast seguendo una dritta per ballare la Go-go dance in un nightclub, ma quando arrivai trovai un cartello “Affittasi” appeso alle finestre oscurate del locale. Non avevo mai prenotato un volo di ritorno.

Presi una stanza in una piccola casa, in realtà un bungalow, con due sorelle quasi trentenni, entrambe lesbiche e matronali. Non c’era bisogno che pagassi la cauzione; nella mia stanza c’era spazio solo per un materasso a una piazza e mezza sul pavimento. Il cortile era tutto erba alta ed erbacce e il portico anteriore era marcio; nell’angolo c’era un buco in cui una volta avevo visto entrare un serpente. Aveva alzato la testa marrone verso di me, solo per un momento, poi aveva proseguito.

La casa era sempre umida – era sempre umido ovunque – e la muffa cresceva in piccole costellazioni sul soffitto del bagno. Le sorelle lavoravano durante il giorno, al mattino si spostavano in car-pooling insieme. Erano delle specie di segretarie. La sera preparavano il pranzo per il giorno successivo e si sedevano in salotto, fumando e guardando maratone di Medium su Foxtel.

Io non facevo nulla durante il giorno. Non mi esercitavo né mi preparavo. Principalmente mi massaggiavo il correttore delle sorelle sulle borse sotto gli occhi e guardavo in streaming episodi di TMZ e E! Entertainment sul mio portatile. Le mie puntate preferite erano le retrospettive in cui ti mostravano da dove veniva una star e poi dove era arrivata. Mi piaceva molto quando intervistavano vecchi amici, compagni di classe. «Sì, l’abbiamo sempre saputo», immaginavo che avrebbero ripetuto alle telecamere le sorelle nella loro casa di merda.

Dopo una mattinata di E! camminai per casa scattando foto a me stesso. Ne scattai a centinaia sotto varie luci, con la testa inclinata in modo leggermente diverso, con il corpo in posa, in topless, non in topless. A volte le pubblicavo su Instagram e sulle app di incontri, non perché fossi in cerca di sesso ma perché mi piaceva ricevere complimenti.

Nessuno l’aveva mai detto ad alta voce, ma il mio corpo non era quello di un Go-go dancer. Non facevo esercizio fisico, né tantomeno mangiavo. I miei capezzoli erano strani, un po’ decentrati. Ero magro, sì, ma avevo la pancia gonfia come quella di un bambino.

Quando c’era il sole prendevo l’autobus per la spiaggia e passeggiavo intorno alla striscia di grattacieli che costeggiava il lungomare. Poi scendevo sulla sabbia e mi versavo addosso della Coca Light. Avevo letto che il dolcificante artificiale aiutava a ottenere un’abbronzatura uniforme.

Allora facevo cose del genere: prendevo Internet sulla parola. Mi sdraiavo sulla sabbia, con le formiche che mi strisciavano sul petto, e mi crogiolavo alla luce finché le ombre dei grattacieli non si allungavano per raggiungere l’acqua e non uscivano le limousine Hummer, traghettando gruppi di sposi da un albergo all’altro.

Il mio telefono a volte suonava per le applicazioni o con il nome di mia madre che lampeggiava sullo schermo. Lo lasciavo suonare. Non avevo tempo per tutto quello.

Avevo diciotto anni – ora non sono molto più grande – e credevo davvero che sarei diventato famoso.