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Petrarca preferiva le grasse Andrea Elia

È il 22/09/2018, tardo pomeriggio. Soltanto qualche ora prima il cielo sarebbe stato di un azzurro così nitido e brillante da star male, di una sfumatura perfetta, senza le bave dei cirri semitrasparenti a sporcare la tavolozza, non troppo blu da far pensare, a chi si fosse fermato ad osservarlo, che il crepuscolo fosse alle porte, né troppo celeste da rendere piatto e bidimensionale il paesaggio; e il profilo regolare dei vecchi palazzi del centro, la cima stellata della Mole Antonelliana e la cupola della Gran Madre, la quale risultava dello stesso colore del cielo in seguito ai lavori di restauro che l’avevano portata al suo vecchio splendore – soprattutto nelle ore serali, quando, grazie a sapienti giochi di fari e luci, sembrava fluttuare nel buio oltre le acque nere del Po come l’ombrella liscia di una medusa degli oceani – avrebbero spezzato l’affascinante tedio di quella tela monocromatica a prova delle radici barocche della città sabauda.

Tra le vie simmetriche del centro avresti fatto fatica a camminare in linea retta, costretto a zigzagare tra le migliaia di persone che quella sera, come di consueto nei giorni festivi, si trascinavano da una parte all’altra in cerca di qualcosa di prezioso, concentratissimi sui loro percorsi, attenti a non sbattere contro le spalle dei loro vicini o a non calpestare con la punta delle loro scarpe firmate le calcagna di chi li precedeva, ma anche sbadati, incuranti e superficiali come solo i pedoni sanno essere.

Sotto i portici di marmo di Via Roma, una bambina nel suo vestitino giallo a fiori rosa avrebbe storto il naso alla vista di un clochard riverso a terra su un pagliericcio di giornali umidi e carte unticce, puntandogli contro il dito affinché anche la madre, in quel momento al telefono, vedesse e testimoniasse, per indicarle quell’uomo dal viso sporco, le mani nere, i calzoni strappati, i sandali consunti, gli occhi spenti e vuoti, e nella sua voce angelica, forse troppo vivacemente considerando l’oggetto di suo interesse, quasi fosse solo un gioco, una finzione, un oggetto di scena portato lì per una recita scolastica, avrebbe esclamato, «Che schifo. Puzza di merda!» e se qualcuno avesse immortalato il suo viso nel momento esatto in cui queste crudeli parole le uscivano dalla bocca, la fotografia o il ritratto che ne fossero usciti sarebbero stati la più fedele rappresentazione del disgusto che si sarebbe portata dietro per il resto della sua vita, comprese le minuscole rughe ai lati delle narici. A questo punto la donna, nonostante la maggior parte della sua attenzione fosse rivolta alla conversazione telefonica, protrattasi ormai da più di quindici minuti, in virtù del suo istinto materno atto a difendere incondizionatamente i propri figli da tutto ciò che è pericoloso, malvagio e sospetto, con una rapidissima stretta alla mano, avrebbe allontanato la figlia da quella mostruosità puzzolente, biascicando un veloce «Non guardare, tesoro,» sentendosi orgogliosa del suo operato di genitrice responsabile, sperando altresì che la bambina non avesse fatto in tempo a leggere le parole che il senzatetto aveva scritto a mano su un pezzo di cartone in una grafia sorprendentemente chiara e precisa: IL DENARO NON ESISTE.

Poco distante dalla felice coppia madre-figlia, all’ombra di Palazzo Madama, in Piazza Castello, due ragazzini dall’aspetto trasandato e l’espressione poco intelligente avrebbero iniziato a correre come inseguiti dal demonio nei loro pantaloni larghi a vita bassa tenuti su per miracolo da cinture borchiate, sghignazzando, sbavando e imprecando, fieri di aver appena imbrattato l’antica pietra del Palazzo con vernice spray cremisi, informando chiunque si fosse trovato a passeggiare in quell’angolo di piazza che Sonia succhia cazzi, e non contenti di quest’audace rivelazione avevano decorato la scritta col disegno incredibilmente realistico di un pene in erezione affiancato da due enormi testicoli sorridenti, totalmente ignari che la Sonia in questione, in quel preciso momento, si contorceva sul gelido pavimento del bagno di casa sua scossa dai singhiozzi, una mano premuta così forte sulle labbra da sbiancarle le nocche per evitare che qualcuno la sentisse, le guance infuocate, divorata dal senso di colpa come un brandello di carne lanciata ad un banco di piraña affamati, trafitta periodicamente da conati di vomito ogni volta che la mente ancora annebbiata le riproponeva, crudele, l’immagine del ragazzino dall’espressione poco intelligente che, puntandole un coltello appena sotto il mento, minacciava di aprirle uno squarcio in quella gola così liscia e profumata se non avesse preso tutto in bocca il pene del suo amico, dal quale erano usciti con un ritmo sincopato versi simili ai grugniti di un maiale registrato nell’atto dell’accoppiamento.

Seduti su una panchina di pietra davanti all’imponente ingresso colonnato della Biblioteca Nazionale, due distinti signori in abiti eleganti avrebbero discusso animatamente su un articolo di giornale, apparso quella mattina, riportante la tragica notizia di un giovane ragazzo di venticinque anni di Pinerolo trovato morto nei giardini pubblici: il corpo era stato spogliato completamente e legato con lacci di corda spessa alla lastra metallica di uno scivolo per bambini. L’assassino (o gli assassini) aveva poi utilizzato la schiena del ragazzo come una lavagna di sughero, attaccandoci sopra decine di pezzi di carta rosa ben piantati nella carne con puntine da disegno, su ognuno dei quali era stata riportata la frase Merito questo perché uso il culo come le donne usano la fica.

«Devi ammettere che chiunque lo abbia scritto ha senso dell’umorismo,» avrebbe detto uno dei due distinti signori, quello con la cravatta satinata.

«Mhm mhm,» avrebbe risposto l’altro, quello con la cravatta viola. Cravatta Satinata avrebbe poi continuato:

«Certo, dispiace tanto, non sono mica insensibile alla morte. Quando è morto il criceto di mia figlia, la scorsa estate, l’ho accompagnata nel cortiletto interno e l’ho aiutata a scavare una piccola fossa per quella palla di pelo merdosa. Non ho il cuore di pietra, io. Quindi figurati! Probabilmente i genitori di quel ragazzo, ora, tireranno un sospiro di sollievo. Poverini, chissà quanta merda hanno dovuto buttar giù sapendo che il loro unico figlio maschio era… sì, ecco, hai capito, no?»

«Mhm mhm,» avrebbe risposto Cravatta Viola.

«Ecco. Dico… non è una cosa tanto normale. O sei maschio, o sei femmina. E se sei maschio ti piacciono le femmine, è sempre stato così, dai tempi di Adamo ed Eva, come c’è scritto nei Vangeli, no? Io non li ho letti, troppe pagine con parole minuscole, però in Chiesa dicono così. Dipende tutto da come li cresci. Se ti cresce un figlio che usa il culo o la bocca come le donne… Dio, non mi ci far pensare! L’autore di quei post-it è un fottuto genio. Un fottuto genio! Un demonio, certo! Ma geniale. Sicuramente quel tipetto li avrà provocati con qualche moina, sai, no? come fanno quelli di solito. Dico, se ognuno sta al suo posto, perché prendersela? Basta che stiano lontani, no?»

«Mhm mhm,» avrebbe ribattuto Cravatta Viola.

«Pensa se quei poveri genitori l’hanno scoperto solo ora che loro figlio era… così, capito, no? Che disgrazia. Soffriranno due volte, adesso. Ma no! Impossibile. Quelle cose si vedono; però avranno sempre fatto finta di nulla. Io l’ho chiesto direttamente a mio figlio Antonio, un giorno che era tornato dall’allenamento. Gli ho detto “Non sarai mica…?” e gli ho fatto così,» a questo punto Cravatta Satinata avrebbe alzato una mano e, portandosela dietro l’orecchio destro, avrebbe finto di sventolarla, avanti e indietro. «Dovevi vedere con che faccia mi ha guardato quello stronzetto. Mi ha detto “Papà, che cazzo ti fumi?” e puoi immaginare il sospiro di sollievo che ho tirato. Dico bene?»

«Mhm mhm… Sono perfettamente d’accordo con quello che dici,» avrebbe infine risposto Cravatta Viola, pensando a suo figlio Diego, sposatosi all’estero tre anni prima con l’uomo che aveva al suo fianco da quando frequentava l’università. «Non c’è da stupirsi se poi qualcuno perde la pazienza e ci scappa il morto. Ehi, guarda quella vaccona laggiù: non le hanno mai detto che esiste una pratica molto diffusa chiamata dieta?» avrebbe concluso Cravatta Satinata.

La vaccona in questione aveva diciassette anni. Solo poche ore prima avrebbe intravisto da lontano Cravatta Satinata e Cravatta Viola, a passo svelto per quanto la sua mole le permettesse, attraversando la piazza il più in fretta possibile convinta che, a quella velocità, non avrebbe dato tempo alla gente di ricordarsi di lei, di notare le sue cosce grosse come giovani tronchi di quercia che premevano tra di loro a ogni falcata, di commentare le sue braccia bucherellate di cellulite e striate di smagliature, di giudicare il suo ventre sporgente da sotto la maglia nera di almeno venti centimetri, nonostante dentro sapesse benissimo che, invece, l’avrebbero notata come si nota il nero sul bianco. E a ogni passo sentiva sulla schiena i colpi delle occhiatacce di chi la indicava, stilettate velenose che negli anni le avevano lasciato una mappa intricata di cicatrici doloranti. Allora avrebbe affrettato ancora di più il passo per rifugiarsi finalmente in biblioteca dove, al riparo dal mondo esterno, si sarebbe sistemata in un angolo lontano dall’ingresso per leggere, studiare o disegnare, tutte cose che le riuscivano particolarmente bene.

Quel giorno, per prima cosa, avrebbe tirato fuori un plico di fogli protocollo riempiti di scritte fittissime, dal bordo superiore a quello inferiore, da destra a sinistra, senza alcun margine laterale, che componevano un progetto personale da lei intitolato Infinito, che consisteva semplicemente nel riempire le pagine di numeri, in ordine crescente, dall’uno all’infinito, ovvero fin quando non si fosse stufata, e se non fosse successo quello che poi successe, quel giorno sarebbe arrivata fino a 10888.

Dalla tracolla avrebbe in seguito tirato fuori un manuale di letteratura italiana, la sua materia preferita, tra le cui pagine si sarebbe immersa con la concentrazione di un chirurgo nel mezzo di un’operazione a cuore aperto, la testa bassa quasi a sfiorare con la punta del naso la porosità delle pagine ingiallite, contenta di tornare con la mente a quando Petrarca, nelle sue lettere, esponeva eleganti e diplomatiche considerazioni sulla poetica e sull’eventualità che il collega Boccaccio potesse essere più bravo di lui. Secondo lei la linearità di Petrarca, così come le sue scelte linguistiche e lessicali, vincevano a mani basse sull’ampollosità della prosa di Boccaccio, le cui novelle avevano spesso messo a dura prova i suoi nervi saldi, e spesso, trovandosi a leggere qualche verso particolarmente dolce del Canzoniere, i suoi pensieri erano più o meno questi: Petrarca avrebbe amato la mia forma, avrebbe apprezzato le mie braccia e le mie gambe grasse, il mio viso pieno, il mio doppio mento e la mia bocca troppo rossa, e con la sua piuma e il suo inchiostro avrebbe inciso per sempre sulla pergamena versi d’amore in mio onore, io, una nuova Laura, una Laura diversa, più vera, più sostanziosa, e se non gli fossi piaciuta, non mi sarebbe importato nulla, perché con la raffinatezza delle sue parole mi avrebbe resa esile e sottile, scavando nella mia carne con le sue rime per dare forma ad una versione del mio corpo a lui congeniale, rendendomi eternamente magra, per sempre bella.

Per sempre bella, se non fosse successo quel che successe, sarebbe stata anche la città sabauda, amatissima da decine di personalità importanti nel corso della storia, già nell’Ottocento punto di riferimento per lo studio dell’arte degli antichi egizi quando Jean-François Champollion dichiarava che la strada per Menfi e Tebe passava per Torino, non sapendo, forse, che il primo reperto egizio giunto in città, la cosiddetta Mensa Isiaca, altro non era che un falso, una tavoletta di bronzo risalente al primo secolo, di epoca romana, sulla quale erano stati riprodotti eleganti disegni e geroglifici; anche Charles De Brosses ne aveva tessuto le lodi, dichiarandola città più graziosa d’Europa “per l’allineamento delle strade, la regolarità delle costruzioni e la bellezza delle piazze,” e chissà se Carducci avrebbe ancora utilizzato l’aggettivo “regal” per riferirsi alla città della Mole se avesse visto lo stato in cui versava quel giorno del 22/09/2018, dopo che due uomini, due donne e due bambini, appartenenti – si scoprì in seguito – a una feroce setta estremista dalla storia centenaria convinta che la salvezza dell’umanità risiedesse nella sua distruzione, si fecero saltare in aria in sei piazze diverse, Piazza Castello, Piazza San Carlo, Piazza CLN, Piazza Carlo Felice, Piazza Carlo Alberto, Piazza Vittorio Veneto, alla stessa ora, sincronizzati con la precisione di un orologio atomico, cancellando in pochi istanti secoli di Storia, spezzando migliaia di vite, di gente ignara, senza distinzione d’età, orientamento sessuale, colore della pelle, fazione politica, con l’unico obiettivo di depurare il mondo dalle brutture che ne facevano marcire gli angoli, disinquinare dalla feccia, mondare i peccatori dalle loro malefatte, permettere all’uomo di rinascere uccidendolo, con la morte la vita, come un prato d’erba che cresce spontaneo dopo un incendio boschivo, e poco importa se nel mucchio dei rami infetti ce n’è qualcuno ancora sano puro e immacolato: anche quelli sono sacrifici necessari.

Il cielo così azzurro da star male si tinse di grigio, oscurato da nuvole gigantesche di fumo tossico; e di fiamme rosse sospinte dal vento, che sembrava si fosse alzato a sostegno di quella tragedia umana per diffondere, insieme a calcinacci, carte e polveri sottili, le urla strazianti di chi aveva avuto la sventura di non morire all’istante, di chi era rimasto soltanto gravemente ferito, mutilato, sventrato, ma ancora cosciente, tanto da inorridire e acquisire quella consapevolezza che è la scorciatoia più breve per raggiungere la follia: beati coloro che quel giorno morirono sul colpo.

In pochi si accorsero del bambino e dell’alce che, procedendo a passo lento come se nulla fosse successo, avanzavano indisturbati tra le macerie di Piazza Vittorio Veneto. La polvere bianco-grigia si accumulava in fretta sulla pelle color caffè del bambino, facendolo sembrare un cioccolatino ricoperto di scaglie di cocco. Il corpo era nudo, avvolto soltanto alla vita da un panno di lino, esile, con le costole in vista, la testa ricoperta di capelli nerissimi, corti e ricci, le ossa sporgenti sulle giunture, segnato sul petto, sulle braccia e sulle gambe da grandi cicatrici di forma irregolare, la fronte ampia e liscia, ciglia folte, occhi carbone e lucidi di pianto, ma nessuna lacrima a solcare le guance sporche. Nel piccolo pugno della mano destra stringeva l’estremità di una spessa liana giallo-verde ricoperta di peluria che si allungava per circa due metri fino ad attorcigliarsi intorno al collo possente dell’alce al suo fianco. Il poderoso mammifero sbuffava vapore acqueo dalle narici a ogni espirazione nonostante la temperatura mite di quella sera settembrina, lasciandosi trainare dal bambino nero che lo guidava ora a destra ora a sinistra, evitando gli ostacoli della piazza distrutta, e faceva vibrare il manto bruno per allontanare il fastidio di dozzine di piccoli insetti che gli svolazzavano sui muscoli delle cosce e attorno agli occhi, dai quali ben presto iniziarono a sgorgare lacrime di un rosso intenso, grosse come biglie, e come biglie scivolarono giù per il muso lungo e carnoso, raccogliendosi all’estremità della sacca pelosa sotto il collo prima di gocciolare a terra lasciandosi dietro una scia di macchie a ogni falcata delle enormi zampe.

«Era il Bambin Gesù,» testimoniò qualcuno in seguito.

«Era il demonio,» disse qualcun altro.

Ogni tanto il bambino sollevava la testa cercando con lo sguardo triste quello dell’alce. I due compagni di viaggio si guardavano, annuivano, si capivano, ognuno partecipe del dolore dell’altro, insieme partecipi del dolore del mondo. Man mano che procedevano tra vite dilaniate, volti strazianti e macerie carbonizzate, qualcosa successe: il corpo dell’alce acquisì calore, si fece bollente al tatto, tanto che l’aria attorno al suo manto sembrò farsi liquida, come quando, nelle giornate di sole torrido, l’asfalto delle strade sembra sciogliersi, e lampi di luce comparvero come flash tra i palchi ricoperti di muschio e licheni che si ramificavano ai lati della sua enorme testa come rebbi di un tridente.

Il bambino ritrasse la mano e scoprì, senza scomporsi, di essersela scottata; l’avvicinò alla bocca e leccò il palmo arrossato con l’intenzione di assaporare il gusto del mondo. Ciò che percepì fu disgustoso. Poche volte nella storia gli era capitato di sentire un gusto così amaro e nero e acido e violento. Come sempre gli succedeva in questi casi, trattenne a forza forti conati di vomito, continuando a leccarsi il palmo e le dita bruciate, per poi riportarle sulla pelliccia bollente dell’alce e ripetere l’operazione, come fosse ad un banchetto a buffet dal quale potersi servire, e ogni volta il gusto di un boccone superava per atrocità quello precedente. Accarezzava e si leccava, accarezzava e si leccava, con ritmo dapprima lento e cauto, poi più veloce e famelico, mentre la lingua, provata dal gusto barbaro del mondo, perdeva il suo colorito rosa, diventando in poco tempo nera e gonfia, ricoperta da filamenti simili a liquirizia sciolta che presto riempirono la piccola bocca del bambino.

Nel frattempo l’alce iniziò a bramire di dolore, un suono rauco e strozzato, come quello di una tromba intasata, avvolta dal suo stesso calore divenuto ormai insopportabile. Ad ogni passo batteva gli zoccoli sulla pietra, fino a scheggiarli, e, come ragnatele ricoperte di minuscole gocce di rugiada, tra i rami dei suoi palchi comparvero sottili nastri di luce bianca quasi accecante, ancorandosi da una parte all’altra delle corna appuntite, fino a creare superfici lisce e concave simili alle vele di una barca, sulle quali comparvero brevi fotogrammi come fossero schermi televisivi ultra piatti: un uomo si lancia dall’ottantesimo piano di un grattacielo e un piccone cala violento sulla testa di un cucciolo di foca e un ulivo millenario soccombe ai denti di una motosega e una donna urla alla vista del compagno ubriaco e un gabbiano esplode per un petardo legato al suo collo piumato e una bomba brilla e uno stupratore nasce e un assassino uccide e un prete ammalia e un cane in gabbia ulula e il suolo sanguina e un fiume si prosciuga e un iceberg si ritira e un bambino down è spinto per terra e una vecchietta riceve una sberla e un coltello lacera e un grilletto viene premuto e una siringa penetra la carne e una tomba viene profanata e un portafoglio rubato e una coppia derubata e un cristiano impiccato e un musulmano decapitato e un transessuale appeso e una bandiera bruciata e uno stemma strappato e una bestemmia lanciata e un concerto interrotto e un governo cade e un libro è strappato e un patrimonio volatilizzato e un dissidente giustiziato e un disperato si toglie la vita e un papavero si ingozza di cibo e uno scheletro implora da bere e un bimbo viziato vuole un altro bicchiere e una balena è squartata e una volpe scuoiata e la verità nascosta e la bugia esposta… e l’alce ormai in fiamme arranca sugli zoccoli consumati, accompagnata in quegli ultimi istanti da un bambino dalla lingua nera, che presto si gonfierà a tal punto da diventare insopportabile in bocca e infine si staccherà e, cadendo, provocherà un piccolo cratere tanto è pesante, e l’alce diverrà cenere, in attesa di ricomporsi nuovamente altrove, dove l’ombra avrà preso il posto del sole.

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Andrea Elia è nato a Torino nel 1990 ed è laureato in Scienze della mediazione linguistica. Si interessa di letteratura, cinema e per sette anni ha fatto parte di una compagnia teatrale. Nel tempo libero si diletta nella scrittura di racconti brevi. Il racconto “Petrarca preferiva le grasse” è una denuncia alla cattiveria umana, ed è stato ispirato da un servizio al telegiornale in cui alcuni ragazzi, per divertimento, legavano dei petardi al collo di un gabbiano.

“Petrarca preferiva le grasse”, un racconto breve di Andrea Elia
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