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Serenata per Emily Antonio Esposito

Era un giorno qualsiasi, non ricordo la data. All’ora di un caffè particolarmente acquoso, sedevo con Emily nel nostro appartamento a piano terra.

A guardarci da fuori ci prendevano per madre e figlio. Emily aveva un bel viso, resistente al passare degli anni: le guance rosse ancora non erano appassite e il petto si teneva su austero, sodo, prepotente. Da sotto la vestaglia dava l’impressione di tenere lì ingabbiata la freschezza d’un tempo. L’impressione era confermata dalla sua premura: ogni volta che la spogliavo decine di petali scivolavano sul letto. Em comprava rose fresche per imbottirsi il reggiseno e profumarsi la pelle.

Non è mai invecchiata, già alle sette del mattino teneva un filo di rossetto sulle labbra strette. C’erano volte che impazzivo per il suo sorriso dai denti larghi. Amava alzarsi nel silenzio della casa e preparare il suo caffè bollente. Quando cominciava, in strada ancora non passava un’anima. A me faceva schifo il suo caffè. Glielo dicevo sempre: era acqua sporca. Proprio così le dicevo: acqua sporca.

Tra me e lei corrono quasi trent’anni. Potrebbe davvero essere mia madre. La conobbi a un evento organizzato da padre Elia nella parrocchia di quartiere. Sono nato senza una mano. Per questa cosa mi sono sempre sentito un handicappato, anche senza che gli altri me lo facessero notare. Mia madre scelse per me, affidando il suo figlio difettoso alla chiesa. Almeno una mano gliela darà il Signore, così disse a padre Elia. Non ha mai avuto sensibilità, quella puttana. Io non obiettavo allora, e finché non è arrivata Emily forse non l’ho mai fatto. Me ne stavo attaccato alla sottana di padre Elia, rivendicando l’amore di quel Dio abituato ad avere una certa preferenza per quelli come me. In fondo, se mi manca un pezzo è per un suo errore, pensavo. Sta a lui sbrigarsela. Alle cene della parrocchia parlavo con poche persone. Tenevo sempre il polso in tasca. Non mi è mai piaciuto come me lo guarda la gente. Quindi parlavo solo a pochi, ma gesticolavo tanto, come per compensare il mio difetto.

Quando vidi Emily per la prima volta, lei aveva da pochi giorni sotterrato un marito che non era stato capace di darle un figlio in quindici anni di scopate. Quella donna mi sembrava il massimo. Forse cedette alle mie lusinghe solo perché triste o forse vide in me, al contempo, l’uomo che mancava nella sua casa e il figlio mai avuto.

La mattina, con quell’acqua sporca, Em sembrava conciliarsi col proprio corpo. Io non le tenevo mai compagnia, me ne stavo fuori a sbavare dietro le mamme che portavano i bambini alla scuola di fronte. Con qualcuna di loro parlavo anche. Avevo una maniera tutta mia d’essere gentile, così da non destare sospetti verso i mariti. E se proprio non potevo stare fuori, restavo a letto a lucidare la mia pistola.

Ho una mano sola e sono un pisciasotto: con una pistola in pugno è come se pareggiassi i conti.

Quella in cui vivevamo non era una casa vera e propria. Era un magazzino soppalcato, suddiviso in sole due aree. Di sopra c’era il letto matrimoniale e una vecchia tv capace di trasmettere soltanto quattro o cinque canali, di cui tre passavano promozioni, e al piano di sotto una cucina sgangherata e un tavolo in legno massiccio. Era indistruttibile, quel tavolo. Ci siamo fatti delle buone scopate su quel coso, io ed Em. L’unica vera stanza era il cesso. Nel senso che aveva una porta per escludere il resto. Era così stretta che quando cacavo, seduto sulla tazza, potevo poggiare la testa sulla porta di fronte. Al posto della serranda avevamo montato una grossa porta verde. Era vecchia e piena di squarci, pesantissima da aprire, ma necessaria per Em. Non voleva uscire di casa abbassando la serranda. Me lo diceva sempre, ogni volta che me ne lamentavo.

Delle mie mattinate Em non sopportava nulla. Credo fosse infastidita dal fatto che passassi il tempo a squadrare donne più giovani di lei. Una volta mi disse: «Sai Dave, sei proprio uno stronzo a startene ogni mattina qui fuori a sbavare sapendo che io sono dentro.» Ma non le diedi ascolto, la lasciai sola col suo caffè.

Era un giorno qualsiasi, dicevo, quando Em mi chiese del quadro. Avevamo i volti distesi. Quella notte avevamo fatto l’amore. Così si dice, no? anche quando l’amore non c’è o è veramente poco? Fare l’amore. Avevo cominciato toccandola nel sonno. A letto Emily indossava soltanto un paio di mutande. Adoravo l’odore delle sue mutande. I suoi capezzoli erano sempre turgidi nel buio di quell’umido magazzino, ed erano attraenti. Su uno dei due teneva un piccolo neo che mi faceva impazzire, un puntino, manco l’avevo notato le prime volte che si era spogliata. Quand’era nuda ci stavo sempre con le labbra sopra. Cominciammo strofinandoci, come due cani acquattati nel buio e continuammo fino a strozzare un rantolo di piacere.

Quando scopiamo, dopo, abbiamo i volti distesi.

Quella mattina sedevo con lei quando mi chiese del quadro, ma l’acqua sporca non la bevevo. Lei invece se lo teneva caro, il suo caffè; stringeva la tazza con entrambe le mani.

«Quella parete è troppo vuota, Dave,» mi disse. Di fronte alla cucina c’era un’enorme parete vuota.

«In che senso, Em?».

«Nel senso che vorrei appenderci un quadro.»

«E quale? Non c’abbiamo mai capito un cazzo d’arte, noi.»

«Perché parli sempre così, Dave? Potremmo metterci un quadro grande. È una parete enorme.»

Era davvero una parete enorme, ma io odio fare modifiche alla casa, già fare fuori la serranda mi aveva fatto impazzire. Non sopporto i cambiamenti. E poi odio maledettamente quando mi dice come parlare.

«Em, odio quando mi dici come parlare.»

Silenzio.

«E odio quando mi metti su il broncio, cazzo! Dai, dimmi quale quadro vorresti mettere su quella parete. E finiamola qui.»

«Mmh.»

Già da un po’ non mi stava più guardando negli occhi. Con le dita giocava con la polvere di caffè scivolata dalla moka sul tavolo. La osservava. E ci giocava. D’improvviso, come se avesse trovato la soluzione in quei frantumi, mi disse:

«Hai presente quelle tele piene di schizzi?»

«Fanno schifo quelli, Em.»

«Dici?! Ma hai capito a cosa mi riferisco? Chi è l’artista?»

«Certo che ho capito: è quel Pognock, Poppock… qualcosa del genere.»

«Sì, qualcosa del genere, Dave.»

Fu lei a lasciar cadere il discorso.

Poco dopo mi misi a lucidare la mia pistola. La pulizia era lenta, con tocchi delicati raggiungevo ogni angolo del suo corpo. Durante mi capitava di immaginarne il suono delle esplosioni, come fosse un ruggito emesso dal cuore della foresta. Mi rimbombava dentro e mi rassicurava. Una pistola non basta saperla impugnare. La propria bisogna conoscerla nell’intimo. Assecondarne le inclinazioni. La mia è una Ruby model 1914. La semiautomatica preferita dalle forze armate francesi durante la prima guerra mondiale. Un gioiello col nome da femmina e il corpo da sballo. L’impugnatura è leggermente inclinata, rivestita da due guancette di legno ormai rose dal tempo. Tra le guancette e il grilletto c’è la sicura. Sur e feu. Una semplice levetta a custodia della mia sicurezza e della mia follia. La canna è incastrata al castello tramite quattro tenoni fresati sotto la camera di cartuccia, ha la chiusura a massa battente e sul carrello ci sono la tacca di mira e il mirino. Nove colpi al massimo. La tengo lucida e pronta all’uso. Le sono fedele, manco fosse una vera donna.

«Non mi hai mai toccato in quel modo,» mi disse una volta Emily vedendomi lucidare il caricatore. Credo fosse eccitata quando me lo disse, non sembrava volesse discutere, piuttosto voleva invitarmi a offrirle un po’ di ciò che apparteneva a Ruby. Forse quella volta mi avrebbe regalato una delle più belle scopate che ci saremmo mai fatti. Ma le migliori io me le perdevo sempre. Sono certo di aver rifiutato un cumulo di grandi scopate con Em. Ma c’erano volte che davvero mi sembrava troppo vecchia e proprio non ce la facevo. L’ho detto, capitava che ci prendessero per madre e figlio, a torto perché eravamo amanti. Però c’erano anche volte in cui mi scordavo di esserne l’amante e non riuscivo a trascurare le sue rughe. E baciarla mi faceva ribrezzo. Però capitava soltanto qualche volta. Andavamo avanti senza considerare il grande problema della nostra relazione, noi: ogni notte, quando poggiavamo la testa sul cuscino, la storia finiva, e al mattino dovevamo rimettere insieme tutti i pezzi.

Quella storia ci era toccata. Eravamo certi di non averla scelta. Quando ti ritrovi a stare con una persona molto più grande, te ne freghi del tempo, pensi piuttosto che ogni attimo è fondamentale. E che se uno dei due dovrà ricordare qualcosa, sarà quello giovane. Ed è meglio se sei tu quello giovane.

E adesso che tocca a me ricordare, e rimettere insieme i fili di quel che è stato, penso che tutta questa tragedia sia cominciata quella mattina, quando sedevamo insieme nel nostro appartamento a piano terra.

Mettiamo in chiaro le cose: io non credo nelle coincidenze, in questo schifo di pianeta siamo sette miliardi o giù di lì, e che le storie si incrocino e che accadano fatti inspiegabili e che a volte a rimetterci siamo noi in prima persona, a me, pare ovvio. La coincidenza ci appare tale soltanto nella ricostruzione dei fatti.

Qualche giorno dopo Emily non era in casa. Si era svegliata presto, aveva bevuto il suo caffè e per approfittare della lunga giornata era uscita prima del solito per fare la spesa. Era una di quelle donne che girano col cestino a rotelle per non sobbarcarsi il peso delle buste. Io me ne stavo fuori a guardare le mamme. Pensavo di voler fumare una sigaretta. Non so perché. Avevo smesso di fumare quasi quindici anni prima, ma quella mattina una sigaretta non ci sarebbe stata male. Il cielo era nuvoloso, ma non pioveva; nell’aria c’era quella specie d’elettricità che precede i temporali, che quasi li promette e non sempre li mantiene. Probabilmente furono quei sentori e lo smog che mi pizzicava le narici a farmi desiderare una sigaretta.

Quella mattina, accanto al portone principale della scuola, si era messa un’artista di strada. Era una giovane ragazza dalla pelle bianca col sorriso largo che mostrava le gengive, slanciata, e resa ancora più alta da un paio di scarpe con la zeppa di circa dieci centimetri. Teneva i capelli neri legati in una coda e la frangia gialla, non bionda, gialla. Indossava jeans stracciati dietro cui si intravedevano parti di tatuaggi. Al muro della scuola aveva poggiato decine di tele con i suoi dipinti, proprio come quelli che voleva Emily. Sorrideva mostrando le gengive a tutti i bambini, ma non si avvicinava a nessuno di loro. Alle mamme appariva come una tossica e stavano attente a tenere alla larga i propri figli.

Non riuscì a vendere alcun quadro quella mattina, ma quando il portone si chiuse e l’ultimo gruppo di mamme si diradò, provai ad attirare la sua attenzione con l’unica mano disponibile. Quando mi si avvicinò mi accorsi che era magrissima.

«Li hai fatti tu questi quadri?»

Mi fece soltanto un cenno con la testa. Nei miei confronti conteneva il sorriso. Quella schifosa mi nascondeva le gengive che per tutta la mattinata aveva schiaffato in faccia ai bambini. Perché non mi sorrideva come agli altri?

«C’è dell’arte in queste macchie? Non ci capisco un cazzo.»

«Non guardare le macchie. Cerca di capire in che modo i colori sono arrivati sulla tela, l’arte è dietro i gesti che la compongono.»

«Dici?»

«Sì… dico.»

Io davvero non ci trovavo niente, in quei quadri. Non capivo perché Emily dovesse rovinarmi una bella parete bianca con uno di quei cosi.

«Mi piace quello rosso, lo vendi?»

«Quello?» lo indicò. «Quello si chiama Serenade to Jackson Pollock. È uno dei miei preferiti, non lo vendo.»

«E perché lo porti in giro?»

«Per farlo ammirare.»

«Sembra sangue.»

«Sei macabro. Rosso non vuol dire sangue.»

«Vuol dire ciò che ci vedo.»

«Sarà, io l’ho fatto per amore.»

Ci teneva a quel quadro. Io volevo soltanto comprarlo, non me ne fregava un cazzo dell’amore per cui l’aveva fatto.

«Me lo offri un caffè?»

«Tu me lo vendi il quadro?»

«No.»

Non rimase molto in casa. La tenni sempre sott’occhi. Non mi fidavo di quella specie di tossica rinsecchita. Bevve un po’ del caffè che Emily fece avanzare quella mattina. Era freddo, ma non se ne lamentò. Prima di berlo liberò i capelli dall’elastico. Non riuscivo a guardarla con quella chioma nera nera e il ciuffo giallo sulla fronte. L’elastico lo lasciò sul tavolo.

«Non mi piace questa casa.»

«Sopporta il disgusto, non resterai per molto. Anzi, è stato un piacere,» le indicai la porta. Non aveva senso farla restare: non mi avrebbe mai venduto il quadro e non volevo che Em la trovasse qui.

«Vivi qui da solo?»

«No, c’è Emily con me.»

«Chi è?»

«Ti cambia qualcosa saperlo?»

Non le cambiava nulla. Dopo poco riuscii a mandarla via e me ne tornai un po’ fuori a respirare l’aria elettrica di quel giorno. Avrei voluto una sigaretta. Peccato che neanche Emily fumasse.

Tornai al piano di sopra a lucidare Ruby. Per rilassarmi.

Quando Emily tornò io ero ancora di sopra, nella zona notte. Sentii arrivare da giù una serie di rumori che mi indicavano i suoi spostamenti: il mazzo di chiavi gettato sul tavolo, il giaccone che scivolava sulla poltrona, le tazzine spostate nel lavabo, i suoi passi strusciati sul pavimento, i suoi passi scanditi sulle scale. Mi si parò davanti che non emetteva più alcun suono. Aveva gli occhi puntati nei miei e l’elastico di quella ragazza le pendeva dall’indice. La sua espressione mi fece capire che quella mattina non avremmo ricostruito nulla, forse per la prima volta avremmo trascinato con noi le macerie del giorno prima.

«Ho incontrato un’artista oggi, per il quadro che volevi,» le dissi, un po’ per difendermi e un po’ sperando che la finisse subito.

«Aha,» rispose.

Aha, e nulla più. Davvero non disse altro.

E sapete perché? Non mi credeva, quella stronza. Io ero stato sincero e lei non mi credeva. Se ne stava lì in silenzio con quel cerchietto di gomma a penderle dalla mano. Una mano a imputarmi. Fu una scelta di pessimo gusto, non credete? Ma non gliel’avrei mai data per vinta: infilai Ruby dietro la schiena, tra la cintura e i pantaloni e, tenendola per mano, portai Emily al piano di sotto.

«Guarda Em, il caffè che hai lasciato è finito? Io non lo berrei mai perché mi fa schifo, e lo sai. È entrata un’artista, una stronza scheletrica, aveva un po’ di quadri con sé. Uno si chiamava Serenade to Jackson Pollock, volevo regalartelo. È Jackson Pollock il nome dell’artista che fa gli schizzi. Quello che volevi.»

Avete presente, non capita sempre, ma ci sono momenti in cui qualsiasi cosa dici o fai non puoi cambiare la situazione. Come quando uno muore e i parenti si disperano per farlo risvegliare. Non c’è una soluzione. E se c’è, nella storia dell’uomo, nessuno l’ha mai trovata. Ci sono situazioni da cui non si sfugge. Come quando lasci cadere la prima tessera del domino, il resto viene da sé. In qualche modo Emily era già morta in quel momento, ogni mia parola le sarebbe arrivata soltanto come una eco lontana.

«Hai fatto entrare una delle mamme, pezzo di merda.»

«Ma no, che storie sono, Em?»

«Sei un pezzo di merda.»

«Non è entrato ness…»

Non mi fece neanche finire di parlare che uno schiaffo mi colpì in pieno volto.

«Sei un monco del cazzo,» mi urlò. Per calmarla la spinsi contro la parete, quella dove avrebbe voluto metterci il quadro. La tenevo bloccata spingendole l’avambraccio sulla gola.

«Em, vecchia puttana, devi calmarti.»

Mi sputò in faccia. Il meccanismo ormai si era avviato. Le tessere del domino continuavano a cadere inesorabili e quel grumo di saliva diede la spinta decisiva. Ormai il danno era fatto. Ed era irreparabile. Con la mano libera recuperai Ruby e gliela ficcai in bocca. Nel gesto le spaccai gli incisivi inferiori, cominciò a perdere sangue dalla bocca mentre la tenevo lì terrorizzata, bloccata alla parete. Ma questo non conta.

«La smetti, Em?» urlavo.

Em scalciava. Forse avrebbe voluto fermare le tessere. Sono certo che in quell’attimo si rese conto di aver fatto una cazzata a parlarmi del quadro, o peggio ancora ad avermi rivolto la parola quella prima volta in parrocchia. Non ha senso che un uomo e una donna se ne stiano insieme senza motivo, così, per riempire i vuoti che gli erano stati assegnati dalla sorte.

Io ed Em eravamo arrivati al capolinea per una cazzata, lo riconosco. Non avremmo mai dovuto incontrarci.

Era ancora lì a dimenarsi quando per la prima volta sentii la voce di Ruby.

La parete dietro Emily si riempì di sangue. Il suo cervello schizzò ovunque. Non le permisi neanche di emettere un ultimo grido di liberazione. Le avevo soffocato ogni speranza. Senza motivo direte voi, per necessità vi dico io. Non l’ho mai amata. Mi è bastato un solo mattino tra le nostre macerie per rendermene conto e ribellarmi.

Lasciai andare Ruby, con lei il corpo di Emily cadde a terra.

Un solo pensiero mi attraversò la mente quando guardai la parete: alla fine le avevo regalato quel cazzo di Pollock.

Eppure quella mattina avremmo potuto salvarci entrambi.

Emily poteva capire come sarebbe andata a finire. Doveva capirlo. La nostra casa, quello sporco magazzino, era vuota. Il poco che avevamo si accumulava su quel grosso tavolo di legno, nelle nostre parole, nei suoi caffè di merda.

Era tutto lì, a gravare sulla nostra esistenza.

__________

Antonio Esposito (Napoli, 1989) è editor presso Alessandro Polidoro Editore, dove dirige anche la collana dei Classici. È vicedirettore della rivista culturale Grado Zero. Compare con un suo racconto nell’antologia Illusioni (D editore, 2018); altri suoi testi sono apparsi su testate web.

“Serenata per Emily”, un racconto di Antonio Esposito per la sezione SPLIT di Pidgin Edizioni.
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