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Una giornata in ufficio Sarah Rose Etter

(Racconto tratto dal magazine di Tyrant Books. Traduzione dall’inglese di Raffaella Maisto)

 

Diventa insidiosa, la giornata. La donna a fianco a me rimuove lentamente le orecchie, una alla volta. L’uomo di fronte a me fa scivolare nuovi occhi su quelli vecchi. Io lo faccio diversamente: metto una maschera sul viso in diversi momenti per confondere la situazione.

Un’unica pianta riesce ad avere successo qui, undici fronde ben dritte. Nell’ascensore, ogni giorno, un nuovo orrore: una donna sanguina tra le ginocchia, caleidoscopi di sangue sul pavimento. Un bambino vomita accanto a un pezzo scartato di gomma da masticare verde elettrico. Un uomo tiene, in una mano, una busta trasparente di pannolini usati.

La disposizione delle scrivanie è sconcertante. Ogni giorno, tolleriamo la mattinata con del caffè. Ogni giorno, pranziamo in silenzio insieme. Ogni giorno, un collega muore. Teniamo piccoli funerali, cerimonie di trenta minuti.

«Era una donna buona.»

«Era un uomo forte.»

«Era una grande lavoratrice.»

«Lui ha mangiato il mio pranzo una volta.»

Posizioniamo i corpi in una pila contro il muro. Li lasciamo con i vestiti addosso, come richiesto dalle risorse umane. Mettiamo in ordine i corpi in un modo tale che non ispirino nulla di sensuale perché anche questo è richiesto da Ellen, che è nelle risorse umane, e in realtà è il capo delle risorse umane.

Quando arriva Ellen, è come se apparisse invocata da un rituale malefico. I suoi capelli sono un pavone sbiancato, il suo culo, invisibile.

«Quello che è successo oggi è stato devastante. Vi promettiamo che non succederà più,» dice Ellen. «Se avete domande, non esitate a contattarmi.»

Ciò che ci è stato suggerito è che, come alberi, dovremmo stendere i nostri rami bisognosi verso Ellen, come se Ellen fosse il sole e l’acqua e non il boia. Precisamente alle 15.34, il sole inizia a calare sulla nostra città, gli edifici si fanno d’argento scintillante come coltelli nella carne del cielo.

 

 

Cosa faccio di sera? Tolgo la maschera. Guardo negli occhi un uomo in una fotografia. Canticchio. Il canticchiare è basato su antichi canti che ho letto in un libro. Ultimamente, la mia attenzione si è rivolta all’interezza: Sono intera? Dovrei essere completata? Chi si occuperà di questo completamento?

 

 

Un pericolo ci sta raggiungendo troppo presto. Se camminiamo troppo velocemente verso l’ufficio, potremmo essere i primi ad arrivare. Ciò aumenta le possibilità di morte approssimativamente del 34,5%, stando al mio algoritmo.

I miei algoritmi sbucciano altri fatti: i nostri margini di profitto sono simili alla lama di un rasoio, la frutta gratuita ha smesso di arrivare, la vecchia frutta gratuita sta marcendo, accumulando mosche, un quadro che un giorno ho dipinto a olio nel mio tempo libero.

Sono stata ripresa per le mie azioni. Il resoconto dice: Prodotta arte non relativa al lavoro durante lorario lavorativo. Condotta indecorosa dellimpiegato, seguito dalla firma di Ellen e poi dal suo culo invisibile che si allontana da me con il quadro confiscato in mano.

Arrivo tardi al lavoro per questo motivo. Ho trovato molti modi per farlo succedere: versarmi un intero caffè bollente addosso, accarezzare il cane di qualcun altro, cantare un’opera per intero prima di attraversare le porte di vetro ed entrare nell’ascensore che conterrà ancora un altro orrore, forse una donna che partorisce in quel preciso momento, le sue urla intrappolate con noi nell’argento sporco della macchina. Il bambino non si chiamerà come me.

 

 

Ellen trascorre le sue serate diversamente. Ecco com’è Ellen: torna a casa dal lavoro in una piccola macchina rossa, una macchina rossa piccolissima, una macchina rossa quadrata con le ruote minuscole. In determinate condizioni atmosferiche, la macchina è un pericolo. Diciamo che è una giornata di sole. Guida la sua macchina rossa sotto il sole verso una casa piccola e vuota.

Apre il portone di casa e dozzine di piccoli uccelli volano verso di lei, piume incasinano l’aria, profumo di merda di uccello si spande ovunque. Ellen sorride mentre le si posano su spalle e braccia, mentre portano i loro becchi verso la sua bocca e beccano via la tensione dalle sue labbra sottili.

Poi va in cucina. Prende dal freezer quattro tipi diversi di cene congelate dietetiche. Le estrae dagli involucri di cartone, poi rimuove le pellicole di plastica trasparenti.

Lecca via il ghiaccio dalla superficie di ogni pasto. L’esplosione di freschezza dritta in gola le scivola in basso e le indurisce, in successione, i capezzoli da destra a sinistra.

 

 

La morte successiva è diversa. Cammino piano verso l’ufficio una mattina. Prendo l’ascensore dove un piccolo cane sta mangiando quello che sembra un osso umano. So che c’è qualcosa di marcio perché sento un lamento distinto e disperato.

«Non ti avvicinare!» urlano.

Mi avvicino.

Il corpo di JT è sul pavimento con le mani appoggiate sui fianchi. È nudo, una corda intorno al collo, una nuvola di intonaco circonda la sua figura. A fianco al suo corpo, una pila di relazioni scadute e, scarabocchiata con un pennarello, la frase: Non sono una brava persona.

Ellen viene da noi nella sua piccola macchina rossa. Ci invita di nuovo nella sala riunioni.

«Odio tenere delle riunioni del genere,» dice Ellen. «Mi dispiace, se avete domande o problemi, non esitate a contattarmi.»

Sono un albero. Ho i rami. Raggiungo Ellen, con la tristezza nel cuore, ma lei è già andata via, giù nel terribile ascensore, fuori e dentro la sua piccola macchina rossa. C’è, sul pavimento, un’unica piuma di uccello. Indosso la mia maschera di dolore.

 

 

In assenza di Ellen, è nostro dovere spostare i cadaveri. JT era un uomo forte, un uomo fatto di muscoli e sani principi, un uomo rigoroso.

Stiamo intorno a lui e stavolta rimaniamo in silenzio. La sua perdita è una pugnalata nel petto. Pensavo che non avrei pianto, e invece sto piangendo.

«A chi andrebbe di dire qualche parola?» chiede un uomo che non è morto.

«A me,» dico.

Ciascuno annuisce come per dirmi che ho molto coraggio.

«JT era una brava persona,» dico. «Era l’anima più bella di questo ufficio. Era il migliore di tutti qui.»

L’insulto rimane sospeso a mezz’aria.

«Beh, vaffanculo,» dice un uomo che non è morto. «Davvero, fanculo.»

Annuiamo e ci muoviamo verso JT. È più pesante degli altri. Facciamo uno sforzo enorme con lui, ma alla fine lo solleviamo di peso e lo mettiamo in cima alla pila. Siamo gli uni a fianco agli altri, sudati, l’odore dei corpi inonda i nostri nasi, i nostri pensieri. È l’odore che portiamo a casa con noi alle nostre famiglie, ai nostri cari, alle nostre fotografie dell’uomo.

 

 

Il giorno successivo, sulla strada per andare lentamente al lavoro, compro una tela. L’odore dei corpi è peggiorato, ma non piega la mia determinazione. Delle mosche si accumulano su quel marciume sconcertante, piccoli morsi neri sulla pelle.

Dipingo i corpi nudi, il che richiede di immaginarli vestiti. La mia fonte d’ispirazione qui: Caravaggio. Li dipingo come se fossero a lume di candela, il che richiede anche di immaginarli mentre sono immersi in un bagliore fluorescente.

Il puzzo dei corpi aumenta, diventa un’altra persona immortale vicina a me. Alle 15.34, il sole inizia a calare. Spengo le luci fluorescenti. La luce casca sui corpi dei caduti, tinte che cerco di catturare muovendomi veloce. Dipingo JT in cima, nella sua gloria, la forte luce dorata del sole sulla sua pelle.

Nel momento in cui ho finito, sono andati tutti via. L’ufficio è una bara silenziosa. Mi tolgo la maschera. Vado a casa dalla fotografia dell’uomo. Appendo il mio dipinto dei corpi accanto a essa, il bagliore dorato dell’ultima perdita illumina tutto: il mio salotto, la mia cucina, la mia faccia sottosopra.

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Sarah Rose Etter è l’autrice di Tongue Party (Caketrain Press). Il suo libro è apparso su The Collagist, Black Warrior Review, Salt Hill Journal e altro. È una co-fondatrice di TireFire Reading Series e una dei redattori di The Fanzine.

Leggi l’originale all’indirizzo http://magazine.nytyrant.com/office-day/

 

“Una giornata in ufficio”, un racconto di Sarah Rose Etter
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