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Due terzi di Che Guevara Sergio Oricci

«È come lo descrivono?»
«Non lo so come lo descrivono.»
«Allucinazioni e roba del genere.»
«Non ho mai visto draghi sputafuoco, se è quello che intendi.»
«Allora cosa?»
«Le stesse cose di sempre. Diverse.»

Parliamo per parlare, le risposte le conosco già.

Il ragazzo in Santissima Annunziata indossa pantaloni colorati e si porta in giro una testa lucida da alopecia. Mette il pezzetto di carta nel palmo della mano. È rosso, il disegno nero è facilmente riconoscibile. L’occhio destro di Che Guevara, una porzione della sua immagine più famosa.

In questi casi ti devi fidare, non c’è qualcosa che si possa fare per essere sicuri che non sia un pacco. E se c’è, noi non abbiamo idea di cosa sia.

Andrebbe tenuto in frigorifero, ci dicono. Ma il nostro frigorifero è anche il frigoriferio di mamma e papà, quindi niente. Speriamo non svapori.

«Quindi lo prendiamo adesso.»
«Ok.»
«Facciamo a metà.»
«Ne prendo meno di metà.»
«Un terzo?»
«Sì.»
«Provo a tagliarlo.»

Ho delle forbicine da unghie con me. Taglio il pezzetto di carta, do a Mattia la sua parte. Guardo i miei due terzi di Che Guevara.

È mattina, nel palazzetto dello sport c’è metà della scuola. L’argomento dell’assemblea è importante ma io non ci penso, ho altro per la testa. Salgo le scale salutando la prof di latino e greco mentre ho ancora Che Guevara sotto la lingua. Sale prima, se lo tieni sotto la lingua.

Sarà perché l’ho tenuto sotto la lingua, perché sono a stomaco vuoto, perché sono le nove e un quarto del mattino o chissà che, ma invece della solita ora e mezza, il trip inizia a salire dopo appena quarantacinque minuti. È qualcosa di fisico. Sento il corpo come una rete di punti e linee lampeggianti. Una cascata scintillante, un F5 premuto ripetutamente. Refresh.

Fluisco dentro di me, impulsi elettrici attraversano i capelli, le mani, il viso.

Mattia l’ho già perso.

Cammino cercandomi, e mi trovo in un bagno a giocare con il mio riflesso nello sciacquone. La mia duck face si allunga come chewing gum, sono piacevolmente sfilacciato. Elastico come un giocattolo per bambini, più divertente di un videogame.

Salto fuori dal mio riflesso, parlo con qualcuno. È una ragazza che ricordo molto bella, adesso ha un occhio sotto lo zigomo. Mi sembra brutto guardarla con insistenza, mentre i suoi tratti somatici galleggiano instabili come isole fluttuanti su un cielo rosa-faccia.

«Scusa, sono fatto», provo a giustificarmi.
«Cosa hai preso? Un cartone?»
«Sì.»

Non so come faccia a saperlo. Ho una scritta fluorescente sulla fronte che dice LSD?

Cammino verso lo stadio. I riflettori giganti sono finestre da cui anziane signore si affacciano a stendere i panni. Ho un panino in mano, la fame è l’ultimo dei miei pensieri. Lo schiaccio tra le dita, è morbido e le impronte rimangono impresse sul pane per sempre. Lo avvicino alla bocca ma ci respingiamo a vicenda.

«Non posso mangiarlo.»
«Perché?»

Osservo ancora il panino, mi riempio di tenerezza.

«È il mio migliore amico, un compagno di giochi.»

Ridiamo. Mattia è di nuovo lì. Ha un occhio più chiuso dell’altro.

La doccia scintillante scende dai capelli alle braccia, e rapida scivola sulle gambe e sui piedi. La sento scaricarsi a terra come elettricità. In un attimo sono dentro il silenzio. Non è un passaggio graduale, succede in un istante. Una bolla di lucidità che dura qualche minuto, fino al momento in cui di nuovo rifluisco in me.

Decidiamo di allontanarci dall’assemblea. Incontrare un professore adesso sarebbe un disastro. Non potremmo mascherarci in nessun modo. Oscilliamo troppo, fuori siamo pieni di interferenze, come rumore video in cassette VHS. Dentro invece scintilliamo, brillanti e fumettistici come aragoste di Jeff Koons.

In piazza Santa Croce, un tappeto mobile di pesciolini d’argento sulle scale davanti alla chiesa. Non so se sia qualcosa che sta succedendo adesso oppure un ricordo di un super hoffman. Il senso di déjà vu mi abbraccia, incontro il me stesso di tanto tempo fa.

Passiamo anche da piazza Duomo. La cupola è così confusa che sembra crollarmi addosso, un puzzle assemblato a caso sul punto di scoppiare. Poi parlo con Mattia e mi dice di aver avuto la stessa impressione. Nessuno dei due ha avuto paura. Se fosse crollata davvero ne avremmo avuta? Ci godiamo la città come se stessimo giocando in un film. Il mondo reale non è mai stato così interattivo, sono in un luna park gigante in cui può succedere qualsiasi cosa. Ma comunque al sicuro, protetto da un guscio di plexiglass in questo mandala tridimensionale che è il mondo sotto LSD.

Ci sono e mi riconosco, anche se in modo nuovo.

Mai provata la sensazione di sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

Forse si chiama mescalina, ma l’LSD mi fa pensare di essere Neo e di poter vedere tutti i glitch della matrice che mi accarezza e che adesso, a momenti, riesco ad attraversare.

Dall’altra parte dello specchio c’è un universo che cambia sotto i miei occhi. Un universo che si piega come un cucchiaio, quando invece sono io a piegarmi. Mi chiedo se potrò mai farlo senza due terzi di Che Guevara.

«Dove siamo?»
«Non lo so.»
«Siamo ancora a Firenze?»
«Non ne ho idea.»

Guardiamo fuori dal finestrino del bus. Strade mai viste prima, potremmo essere ovunque. Alberi, case e direzioni sono elementi troppo generici per permettere di orientarci. Fluttuiamo tenuti in sospensione da una rete di luci di Natale.

Abbiamo bisogno di insegne, loghi commerciali. Quando leggiamo McDonald’s sappiamo dove siamo. Scendiamo. Guardo il telefono. Le sette. Quasi undici ore dall’assunzione. La rete non è più così stretta, ma è ancora lì. Nuoto dentro di me più lentamente, attorno alla pelle c’è un po’ di spazio. Chiudo gli occhi per un attimo, il buio lampeggia ancora come una luce strobo.

La cascata scintillante ha onde lunghe che mi accarezzano ormai solo sulla nuca. I polpastrelli hanno perso tutto il loro superpotere, l’ipersensibilità.

«Questo era forte.»
«Molto forte. Meno male che ne ho preso un terzo.»
«Era quasi metà, l’ho tagliato a occhio.»
«Di giorno è più bello.»
«Sì, più stimoli.»
«Ma secondo te gli altri se ne accorgono che siamo fatti?»
«Non lo so, a me sembra di sì.»
«Anche a me, ma non capisco se è una mia impressione o se ce l’abbiamo scritto in faccia, cosa abbiamo preso.»
«Bella domanda.»
«Voglio dire, si vede la differenza tra un ubriaco e uno che ha preso un cartone?»
«Sicuramente, il secondo è meno molesto.»
«O tra uno che ha fumato e uno che ha preso un cartone?»
«Boh, chissà.»
«Tu lo riconosci, uno che si è calato un trip?»
«Credo di sì.»
«Da cosa?»
«Dagli occhi. Brillano, tipo.»
«Non brillerebbero se avesse preso emmedì, ecstasy o chissà che?»
«Chissà.»
«Gran droga, comunque.»
«Sì.»
«Impegnativa ma figa.»
«Dopo dodici ore ancora stiamo così.»
«Sta passando.»
«Vero, piano piano.»

Distesi sul prato davanti all’anfiteatro delle Cascine. I giubbotti addosso, le mani sull’erba umida.

«Fa un po’ freddo.»
«Sì, allora sta passando davvero.»

Mi sveglio con la testa più leggera dell’aria, tanto che faccio fatica a restare a terra. Rischio di essere trasportato verso l’alto, da quanto mi sento leggero. Tiro fuori dallo scaffale l’Atlante delle Costellazioni.

Vado in bagno, mi tolgo i pantaloni ed esploro la coscia destra come faccio sempre, dopo un cartone. Ancora una volta sono lì. Tante piccole bollicine rosse, come un’irritazione o non so che. Apro l’Atlante delle Costellazioni cercando una corrispondenza.

Non so perché proprio le stelle. Forse dovrei unire le bollicine come fossero puntini di un gioco enigmistico.

Sfoglio le pagine, osservo le immagini e cerco di capire quale sia la costellazione che ho sulla gamba. Non riesco a isolarne una in particolare. Dev’essere una costellazione ancora da scoprire, qualcosa che magari sarò io stesso a individuare, una costellazione che porterà il mio nome.

Respiro a fondo e cerco qualcosa che mi ricordi quello che ero con in corpo due terzi di Che Guevara. Sono ancora leggero e un po’ intorpidito. Dalla finestra del bagno entra luce. Mancano ancora tante ore alla notte, alle stelle. Saluto i residui di Che Guevara che mi abbandonano. Esco, vado a comprare un telescopio.

_______

Sergio Oricci è nato nel 1982. Dopo aver vissuto per più di trent’anni a Firenze, nel 2015 si è trasferito a Cluj-Napoca, in Romania. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste (Osso, Tipografia Helvetica, Crapula Club, Cattedrale Magazine) e antologie (“Odi, quindici declinazioni di un sentimento”, effequ). Nel 2014 con la casa editrice ventizeronovanta ha pubblicato il romanzo Bianco Shocking. Ha partecipato per due volte a 8×8, concorso letterario di Oblique Studio. Il suo nuovo romanzo è in uscita nel 2018 con effequ.


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