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Il ragazzo caleidoscopico George T. Anderson

(Traduzione di Raffaella Maisto)

Era disteso a letto ancora sveglio e si ricordò di quando aveva sette o otto anni ed era a casa del suo amico. Era l’evento più acclamato di quei tempi, oh magnifico ennesimo compleanno – tutti i bambini erano lì per dormire in sacchi a pelo sul pavimento e quella sera lui scoprì di odiare i pigiama party. L’oscurità in quella strana stanza non era la stessa oscurità che conosceva nella propria camera. Le due oscurità erano separate e nascondevano qualsiasi cosa ci fosse tra loro. Forse questa era la prima spaccatura, – oscurità e oscurità lui separò, sera e sera, le prime tenebre.

Quella non fu l’unica frattura che sopportò quella notte. Mentre la sera si dissolveva nell’apocalisse (che aveva come motivo principale il fatto che si addormentò in un sacco a pelo in una strana oscurità lontano dalla mamma), scoprì la verità troppo presto per la sua età. Si trovava in fondo alla grande sala dove gli specchi di due porte scorrevoli non combaciavano perfettamente sui binari sconnessi. Lì, al centro del mondo in cui non poté mai entrare, due metà spezzate di se stesso non erano ben allineate. Tra di loro, lo spazio di una barra di plastica o forse la notte primordiale dell’armadio, c’era un nulla – un buco in cui la sua unità non esisteva. Da lì, da quella tremenda linea di vuoto, da quel punto arrivò la sua separazione.

 

Provò dei vestiti al magazzino Men’s Warehouse e pensò, Mi scusi, giovanotto, ma chi sono i bellissimi ragazzi negli specchi? Sono noi, ovviamente. Uno, due, tre, quattro, cinque – verrebbe da pensare che il Tempo ne abbia escluso uno dal numero magico, ma no, siamo tutti qua, perché ti sei dimenticato di contare quello al centro degli specchi – quello da cui è nato tutto.
Quello è il sesto.

«Tiriamo su l’orlo, questi pantaloni hanno un taglio molto maschile.»

Il commesso prese le misure. Il nome inglese del negozio, “il magazzino degli uomini”, non mentiva. A tutte e sei già piaceva il loro aspetto.

«Ora, la giacca – questo abbinamento è davvero perfetto, soprattutto per la sua corporatura.»

«Oh, sì.» Si girò e sfiorò velocemente il fianco con una mano. Tutti i suoi sé si voltarono con lui.

«Non si preoccupi del nero – sono esattamente della stessa tonalità.»

«Bene.»

Le sagome si voltarono ancora, più volte. Se magari avessero indossato delle cravatte, avrebbero creato un completo perfetto.

«Ok, vedo che l’ho convinta abbastanza di questo abbinamento, ma deve assolutamente provare questa giacca.»

Le sagome si sfilarono velocemente le giacche e le lanciarono ai commessi.

«Questa ha un bavero più discreto. Un po’ più sottile, un po’ più casual. Molto in voga tra la sua generazione. Un taglio fatto su misura, stretto in vita che, ripeto, ho venduto a montagne di persone della sua età.»

Le sagome adoravano il taglio stretto in vita. Le giacche si stringevano perfettamente intorno a quell’unico punto di abbottonatura, rendendo il girovita simile a quello di una donna. Erano quasi fin troppo avvenenti. Le sagome avrebbero potuto quasi innamorarsi le une delle altre.

«Le piace?»

«La adoro.»

«Lo sapevo. Proprio una calamita per donne! Tra ragazzi si dice ancora così?»

«Nel mio caso, sì.»

Il commesso rise. «Lei è un modello per tutti gli uomini.»

Ma in realtà le sagome erano il modello per tutti e, più di tutto, il modello ideale per loro stesse, la loro stessa calamita, provocanti e provocate, fusione in una rifrazione a sei facce.

«Ora, se vuole, posso darle in prestito una cravatta. Nel senso, mettiamo alla prova questa bimba, che ne dice?»

«Va bene.»

Una cravatta apparve, forse tramite una mano invisibile che emergeva dalle giacche appese. Quale meravigliosa Excalibur era per i mitici sei Artù, soprattutto per una dama del lago pronta a spassarsela sotto le lenzuola.

Le cravatte stavano bene, ma… «Questa non credo che sia adatta a me.»

«Oooook, mi faccia vedere… qual è il suo stile? Colori vivaci? A motivi?»

«Nessun motivo. Semplice e minimale. E sottile. Non indosso cravatte larghe.»

«Semplice e minimale! Sìsìsìsì…»

Un’altra cravatta sbucò dall’ambiguo laghetto di poliestere e lana. Questa, sì, la spada che le sagome avrebbero davvero potuto estrarre dalla roccia.

«Ora sì che sta da paura. Già la immagino, mentre va a prendere una ragazza alle 8 in punto, sa?»

«Ah. Sì. Mi piace questa.»

«Con i pantaloni e la giacca posso darle la cravatta per… oh… ventiquattro e novantacinque.»

«La prendo.»

«Così si fa. Ottime scelte. Vuole che le alziamo di più l’orlo ai pantaloni?»

«Oh, certo.»

«E la giacca… mi faccia prendere qualche misura…» La solita cantilena di nuovo, la cucitura di qua, la cucitura di là, questo e quello. «Mettiamo questo all’interno. Che migliorerà tantissimo il look.»

«Ottimo.»

Le sagome scivolarono fuori dalle giacche e si guardarono, oh pilastri dell’umanità, nei cinque specchi.

 

«Devi scegliere una carriera precisa,» disse suo padre. «È molto semplice. Eccoti qua, a ventiquattro anni, senza prospettive reali di lavoro.»

«Sono un artista,» disse. «Ho una marea di prospettive.»

«Sto parlando di fare soldi.»

Crunch, crunch, crunch, loro sgranocchiavano i Crispix, producendo un leggero schiocco tra un boccone e l’altro.

«Non mi interessa fare soldi.»

«Logan, ho mandato te e tuo fratello a scuola lavorando all’università. Senza l’esenzione dalle tasse, avresti dei debiti – per una – per cosa, una laurea in composizione musicale? Non è qualcosa per cui si dovrebbe accumulare debiti.»

«Non ho debiti.»

«Lo so che, per quanto riguarda i tuoi modelli in generale–»

«Non ho un modello di–»

«–come vedi la vita in generale.»

«–ok, vedo te e la mamma, e capisco che avete costruito insieme questa vita, come avere una casa e lavori normali e roba così, e questo non è ciò che voglio, personalmente.»

Papà scosse la testa. Crunch, crunch, crunch, loro sgranocchiavano i Crispix.

«Pensa a te stesso, Logan–» crunch– «Si tratta di cambiare prospettive di vita. Non deve necessariamente succedere ora, ma deve accadere prima o poi. Devi iniziare a pensare al tuo futuro.»

«Il futuro è tutto ciò a cui penso.»

«Allora devi iniziare a pensarci in modo realistico.»

«Quindi non posso avere successo secondo te.»

«Bello. Ascolta. So che puoi avere successo in tutte queste cose. Sono solo preoccupato, perché non fai altro che dipingere e scrivere e comporre musica e qualsiasi altra cosa, e per spaccare davvero in ciascuna di queste cose, devi dedicarti a loro completamente. Si chiama “focalizzazione”. Non andrai da nessuna parte con dei tentativi a cazzo di cane in ognuna di queste. Devi sceglierne una e concentrarti solo su quella. I tizi che ammiri sono arrivati a quel punto in ciascuna disciplina operando una scelta. E impegnandosi. Impegnandosi ogni santo giorno in quella cosa.»

Ma lui era molteplice. Le sue figure non riuscivano a decidere chi tra di loro dovesse essere eliminata.

«Semplicemente… le amo tutte.»

«Hai mai avuto un minimo di successo concreto in una di queste cose? Non voglio essere troppo duro con te. Vorrei solo che pensassi a questa cosa con lucidità.»

 

«Non ho neanche la tua stessa idea di successo,» borbottò. «Come ho detto, non sto cercando di fare soldi.»

«Vivrai qui per resto della tua vita? Io e tua madre siamo felici di averti qui, ma vogliamo qualcosa di più per te.»

«Non lo voglio io, per me stesso. Mi dispiace, davvero, non voglio.»

«Non vuoi neanche un pubblico? Qualcuno che veda, ascolti o legga la tua roba?»

«Ce l’ho un pubblico,» mormorò.

 

Così si trovò un lavoro. In qualche modo, con la sua esperienza da studente in assistenza tecnico-informatica, con le sue referenze eccezionali (e, senza dubbio, avendo inviato richieste di lavoro insieme a una catasta di curriculum fuori di testa che avevano bombardato a tappeto i datori di lavoro), trovò un lavoro. In tutto il processo di scrematura e ricerca su Indeed e Monster e tutto il resto, il sé che chiamò Leccaculo (uno dei sei) aveva abbattuto tutti gli altri ragazzi, costringendoli a una molle sottomissione. Non amava la violenza nella politica del suo corpo, e aveva leccato il culo del Leccaculo, l’unico gesto che lui comprendeva davvero. Ora, avendo leccato molti altri culi in un dedalo di interviste, era stato premiato con il posto di leccaculo di primo livello.

Spostava dati qua e là. Creava tabulati; distruggeva tabulati. Leggeva e inviava email. Il suo compito principale era riempire l’hard disk dell’azienda. Iniziò a prendere il suo lavoro più seriamente, e scaricò ogni meme e jpg divertente che trovava mentre navigava su Internet. Leccaculo lo rimproverò.

Conobbe Ian, un altro novellino senza esperienza che lavorava nella postazione di fronte alla sua. Ian suonava in un gruppo, proprio come Logan, ma aveva anche degli obiettivi. Circolavano pettegolezzi, tremori irrequieti nel tessuto dei cavi ethernet, riguardo a un posto di lavoro al di sopra del loro come supervisore, che presto sarebbe diventato disponibile. Ian aveva la sensazione che il suo momento fosse arrivato. Avendo sempre voluto il successo (ovviamente di più di quanto volesse la musica), Ian era preparato a cambiare vita e a perdere con l’azienda la propria verginità.

Ian amava anche l’arte – solo non abbastanza, forse. Ma i suoi interessi e quelli di Logan si sviluppavano stranamente in modo parallelo. Qualsiasi cosa in cui Ian tentasse di farsi passare per esperto, Logan era già stato in grado di sperimentarla a sua volta. Il disegno? Sì, anche il disegno, oltre a graphic design, composizione musicale, registrazione, scrittura narrativa e poesia, pittura e fotografia. Ian aveva già fatto un tentativo con tutte le passioni di Logan e Logan sapeva, dentro di sé, che il suo lavoro e il suo talento erano molto superiori rispetto a quelli di Ian. Ne traeva una sorta di soddisfazione sbeffeggiante, e si divertiva molto per il modo in cui Emily, la ragazza dall’altro lato di Ian, ascoltava i loro scambi di battute. Faceva sempre finta di essere presa dal lavoro, ma ogni volta che i racconti delle prodezze artistiche di Logan superavano quelle di Ian, lei gli lanciava uno sguardo fulmineo e poi lo distoglieva poco dopo.

Gli altri suoi colleghi non capivano. Non mostravano alcun interesse per le sei cose meravigliose. Volevano soldi, e parlavano di TV, che non faceva parte delle sei. Con i loro sguardi di volontaria separazione e la loro crescente esclusione di Logan e Ian e Emily dalle loro conversazioni sciocche e vuote, erano molto chiari: le rifrazioni in sei parti dell’anima non erano benvenute nell’azienda. Unità, unificazione, l’abilità di essere parti incorporate nell’azienda, uno ubermensch rinchiuso in se stesso, queste erano le parole del tipico americano incallito che riesce sempre a trovare un posto al tavolo della sala riunioni. La cosa divertente era che Logan non provava alcuna tristezza per il fatto di essere escluso dal loro rito masochista. Piuttosto, i suoi colleghi divennero le sue inconsapevoli cavie da laboratorio, e tutte e sei le parti di lui li studiavano per trarre ispirazione sullo stato patetico dell’animale umano.

 

Il lavoro lo portò a un’ulteriore separazione. Colori distinti, che aveva sempre sperato di avere, finalmente vennero alla luce. Leccaculo era giallo – fin qui, nessuna sorpresa. Musica era blu, Scrittura rossa, Pittura viola, e così via. Funzionavano tutti meglio se combinati, tranne Leccaculo, che semplicemente non riusciva a integrarsi. Gli altri colori capirono che non potevano andare d’accordo con lui. Lui era il loro opposto, ma pensava anche di essere l’unico elemento degno di essere lì.

Il lavoro era a tempo pieno. Ciò era assolutamente folle. Perché sacrificare gli anni migliori dalle loro vite, cosicché Giallo avrebbe potuto ricevere un’assistenza sanitaria? Giallo sarebbe morto per primo comunque, ma forse questo era esattamente il motivo per il quale insisteva così fastidiosamente a tenere quel lavoro ed evitare il labirinto purgatoriale dell’Obamacare. Eppure la democrazia è un tutto, dove le cose crescono e si trasformano insieme, vige l’equilibrio. Gli altri ragazzi iniziarono a picchiare Leccaculo nel pacciame del cortile della scuola.

Ian aveva cambiato linea di condotta. Il supervisore lasciò il suo posto per un’orgia aziendale e Ian ottenne il venga nel mio ufficio della sua vita. Divenne un uomo più grande, un veeerrrro amerrricano, la sua cravatta più ordinata di prima, più sangue bollente da fan dello sport che gli pulsava in viso. Ian il capo significava che il vecchio Ian era morto, cosa che Logan aveva percepito quasi all’improvviso. Ian non gli parlava più dei Godspeed o degli Oatmeal. Persino la sua voce e i lineamenti del volto erano cambiati. Mentre fino ad allora Ian era stato un fratturato in nuce, in crisalide, adesso aveva abbandonato il sentiero decentrante del pensatore e si era concentrato in un nucleo crescente di furia. Era uno solo, su una scorciatoia per l’ascesa al successo sulla collina aziendale. Camminava pesantemente con delle robuste dannate gambe amerrricane. Sulla cima della collina, una vita da padre si compiaceva di lui, forse allontanandosi impercettibilmente e infinitamente sempre più in alto per ogni passo che faceva, ma si compiaceva anche delle immagini scintillanti da proprietario di una casa e del sogno proibito da borghese con 700 canali sulla TV via cavo e una nuova macchina americana.

Un giorno, Ian raggiunse la postazione di Logan e si mise in piedi dietro la sua vecchia scrivania, che non era ancora stata occupata. Appoggiò le mani da ex musicista sullo schienale della sua vecchia sedia e la fece girare a metà due volte, skreek, skreek. «Logan, puoi venire nel mio ufficio?» disse.

L’ufficio era piccolo. A differenza dell’area comune dove i plebei lavoravano e ridevano insieme, l’ufficio non era illuminato da luce naturale e non aveva finestre. Le pareti beige opaco, dello stesso colore del vomito vecchio di un giorno, rendono pubblicamente ben visibili le due targhe di riconoscimento che Ian aveva ricevuto.

«Ultimamente sono un po’ preoccupato, Logan, del tuo rendimento lavorativo.»

«Ah?»

«Sembri un po’ annoiato.»

«Non mi sorprende. Sono sempre stato annoiato qui.»

«Be’… le persone tendono a rendere di più quando amano il loro lavoro.»

«Cioè, me lo farai amare?»

«Voglio dire che, per il tuo bene e per il mio, spero che tu inizi ad amare il tuo lavoro.»

Logan annuì. La conversazione poi si spostò su un altro argomento, che riguardava un foglio di calcolo che era stato creato quando in realtà doveva essere distrutto. Ian era privo di colore ora.

Dopo quel momento, le interazioni di Ian con lui divennero fredde e forzate. Era come se Ian pensasse che Logan glielo stesse imponendo. Ciò non aiutò Logan ad amare il suo lavoro, ma dentro di sé non incolpava Ian. Aveva compreso la principale discrepanza: le migliori cavie da laboratorio aziendali condividevano un unico obiettivo – il desiderio di spingere le palline da ping-pong all’interno dei cerchi e ottenere dei biscottini dai distributori di dolcetti-premio per impiegati. Logan era il loro opposto: un solo uomo che conteneva sei parti di sé predisposte al donare. Emanava sei fuochi concentrati sul donare. Era un numero immaginario fratto sei diversi distributori di gomme da masticare.

Più tardi, un venerdì pomeriggio, Ian gli diede il venga nel mio ufficio della sua vita. Le pareti che li circondavano erano più vuote e vomitevoli del solito. La luce era opaca. Il caffè sulla piastra puzzava di vita sprecata del giorno prima.

«Forse so cosa stai per dirmi,» iniziò Logan.

Ian annuì arricciando le labbra.

 

Quella sera, Logan era a letto, sotto il cielo tappezzato di stelle. Le sue dita si intrecciavano e districavano sul suo petto. Giallo era molto arrabbiato, si vergognava. Cosa avrebbero pensato i suoi genitori, si chiedeva Giallo, come avrebbe pagato l’affitto? Ma gli altri cantavano a squarciagola in coro nella notte della sua testa, e ripensò ai suoi primi ricordi dei sei.

Aveva quattro o cinque anni forse, una semplice finestra che dava su un mondo gigantesco. Nella cambusa era seduto sul vinile anni Settanta tra l’altissimo carrello del forno a microonde e la credenza. La mamma gli passava davanti, gli girava attorno, ancora e ancora. Era un albero di bontà che fioriva su di lui. Le sue radici lo accarezzavano con amore. Lui le raccontò una storia e lei ascoltava e rideva, il suo primo pubblico. Il rubinetto era aperto, il fornello sfrigolava e c’era odore di cena nell’aria. Amava la sua mamma.

Stava giocando con i Tupperware. Ogni pezzo era diverso. C’era un coperchio per ogni contenitore e un contenitore per ogni coperchio. Giallo, blu, rosso, verde: ciascuno aveva il proprio colore.

 

Si svegliò in un triste, piatto giorno. Senza la sua ora infernale sulle superstrade urbane, non c’era altro da fare che camminare. Si alzò in qualsiasi cosa stesse indossando, si mise le scarpe e uscì.

Imboccò la stradina verso il parco sul fiume. Gli alberi invernali pendevano sull’acqua irrequieta. I colori del mondo vivevano solo dentro di lui. Tutto il resto era grigio. Camminò lungo il sentiero per un po’, poi si fermò e si trattenne vicino alla riva, con le mani sepolte nelle tasche. Sentì un clic dietro di lui, il suono di un otturatore vecchio stile che conosceva bene. Si girò lentamente. Una ragazza era sul margine finale del sentiero e puntava una macchina fotografica su di lui. Lui la fissava e aspettava un qualsiasi tipo di cenno. Lei fece un’altra foto.

Alla fine abbassò la fotocamera. «Sono io, Emily.»

Lui cercò di guardarla più attentamente.

«Dell’ufficio.»

Lui fece un passo incerto verso di lei. «Ah, ciao…»

«Ero seduta vicino a Ian. Ascoltavo sempre le vostre conversazioni, cosa di cui non mi pento, perché sinceramente è grazie a questa cosa che ho capito di non essere sola lì. Ti ho appena fotografato con una doppia esposizione. Ci saranno due versioni del tuo corpo nello stesso spazio, una girata. Nella foto sviluppata sarà come se… uscissi fuori da te stesso, se ho riavvolto con precisione la pellicola.»

«Mi piacerebbe vederla.»

Si incamminarono lentamente verso il bar più vicino. Un laureato al verde ancora ubriaco dalla sera precedente servì loro dei muffin e del tè. Emily iniziò a parlare. Stava morendo al lavoro. Aveva pensato di lasciarlo, ma che cosa poteva fare? Lui tentò di tenere lo sguardo fisso su di lei, ma uno strano specchio nell’angolo dietro di lei creava doppi di doppi. Continuò a ripetere a se stesso che non era vero. Era impossibile che avesse incontrato un’altra anima divisa in sei fasi.

Decisero che sarebbero di nuovo usciti insieme col pretesto di vedere come sarebbero venute le doppie esposizioni. Per buona parte del tempo lei creò nuovi doppi di lui mentre si curvava sul suo tè con aria assente. Lei decise di completare il rullino con un’idea strana: un doppio di lui su di lei. Inquadrava gli scatti velocemente, come se la morte la stesse mettendo sotto pressione, e apriva l’otturatore con un fare dolorosamente autoritario.

Passò una settimana. Lui le scrisse un SMS per chiederle se le foto fossero già uscite dal laboratorio, ma non gli rispose quel giorno. Almeno quattro giorni dopo gli rispose. Le foto erano pronte – il che significava sviluppate, non stampate, perché non aveva mai stampato foto, ma più che altro scannerizzato i negativi stessi. Meno costoso e più manipolabile. Era un messaggio lungo. Lo lesse più volte, ancora e ancora, preso com’era dal desiderio più assoluto.

Si organizzarono per vedersi sul tragitto della superstrada per andare in un ristorante esclusivo, ma continuò a nevicare intensamente anche dopo il tramonto. Qualche altro messaggio, decisero di non rischiare, e lui si avviò da lei a piedi con degli enormi doposci.

L’edificio in cui lei viveva era vecchio e ammuffito, un tugurio a basso costo degli anni Settanta, costruito per ottenere rendimenti da un investimento nel più breve tempo possibile. Bussò alla porta dalla pessima verniciatura al numero 1 e trovò il suo sorriso ambiguo.

Le foto erano venute bene – incredibilmente bene, e in modo assolutamente sorprendente, per di più. Quella fatta in riva al fiume era particolarmente misteriosa, vero? Era difficile contare esattamente quanti di lui si fossero manifestati nello scatto. Doveva aver riavvolto la pellicola male, perché, chiaramente, aveva scattato una foto singola o due prima del doppio scatto, lei ne era consapevole, era un po’ inquietante, ma lui era un gran bel soggetto in bianco e nero – anche se, pensandoci bene, quegli scatti sembravano essere stati fatti per un motivo preciso. In ogni caso il risultato era straniante e bellissimo allo stesso tempo, e lui che cosa pensava fosse successo? Disse che non lo sapeva. Almeno quattro paia di occhi brillavano nella strana fotografia, ma le nuche mescolate tra di loro non permettevano di trarne una somma finale.

 


Le opere di George Thomas Anderson sono apparse su Maudlin House, Curator, Other Journal e Bedlam Magazine. Sta lavorando a un romanzo sul costo umano della singolarità. È un compositore classico per formazione e uno scrittore per scelta, anche se produce ancora musica pop sconnessa col nome di The Victorious Airborne. Gli piace cucinare, andare in bici e passare tempo con la moglie. Seguilo su Twitter come @GT_Anders oppure visita il sito http://george-anderson.net/.

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