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La notte serena Jennifer Zeynab Joukhadar

(Traduzione di Raffaella Maisto)

Suhaila diede un colpetto con la punta del piede a un mucchietto di meduse e pensò, Almeno non pungono. La corrente aveva depositato migliaia dei loro corpi lungo la spiaggia ammassandoli in spessi nugoli, cumuli di carni stuccate dalla sabbia così lucenti che avrebbero potuto essere confuse con del cellofan, se osservate da molto lontano. Le calotte rotonde dei loro ombrelli erano disseminate ovunque: aggrovigliate in alghe, incise da gusci di conchiglie dal dorso violaceo o bucherellate dalle corna nere di alcuni borsellini della sirena[1].

Non era mai capitata una cosa del genere.

La risacca tirò a sé con forza il piccolo osso circolare sotto il mignolo del piede di Suhaila. Lei si chinò verso una medusa, un anello verde bluastro come una gelatina che si raffredda, lo stesso colore delle vene sulle sue mani. Non la toccò, per evitare che i ricordi delle cose che una volta Francis amava iniziassero a soffocarla dal dolore.

In fondo alla spiaggia, il motore di una macchina puliscispiaggia prese vita con un rombo.

«Rora, andiamo.» Suhaila spazzò via il sale dalle caviglie. La spiaggia era piena di corpi, la sabbia vibrava come se fosse fatta di vetro. La figlia di Suhaila ondeggiava qua e là per la spiaggia come una piccola papera, sollevando l’ombrello di ogni medusa come la polpa trasparente di una pesca caramellata. Dietro di lei, il primo raggio di luce arancione illuminò il cartello VENDUTA vicino alla casa sulla spiaggia.

Aurora sollevò le mani stendendole come un vassoio; una medusa cosparse le sue dita di una massa lattiginosa. I suoi tentacoli diffondevano la luce come in un prisma di zucchero filato. «Mamma,» disse, ignorando sua madre.

«Sono come le nuvole.»

«Aurora,» disse Suhaila. «Dico davvero.»

La bambina si imbronciò e lasciò cadere la medusa, i suoi polpastrelli portavano ancora i segni del suo corpo pastoso.

Suhaila e sua figlia risalirono le dune tornando a casa. Persino all’alba i suoi due piani dalla vernice scrostata sembravano terrificanti. La madre di Suhaila le aveva detto che la casa era troppo grande per una vedova e una bambina piccola, mettendola in guardia dalle alluvioni e dalla risacca, che è capace di trascinare sott’acqua un bambino come un masso. Suhaila la prese come una sfida, sigillando le crepe per rendere le fondamenta impermeabili e ordinando ad Aurora di restare dove l’acqua è bassa. Ma Suhaila non era suo marito e sapeva perfettamente quanto il mondo sapesse ferire una persona in maniera imprevedibile.

Aveva pensato che comprare la casa sulla spiaggia le avrebbe dato un po’ di pace. Quando Francis era vivo, per lei era stato come vivere un sogno meraviglioso: una villetta sulla riva, l’aria salata, un posto dove Francis poteva osservare il mare dorato dal sole. Quell’uomo, pensò Suhaila, aveva amato l’oceano come se fosse stato suo figlio, come se l’avesse cresciuto nel suo grembo. La casa sulla spiaggia era una promessa che si erano fatti l’un l’altra, una promessa che Suhaila aveva mantenuto anche dopo che suo marito se n’era andato.

Ma la casa non aveva portato a Suhaila la pace che si aspettava. L’agente immobiliare le disse che una vecchia donna aveva vissuto in quella casa fino alla morte, ma non le aveva detto tutto: che la donna era morta nel sonno nella camera da letto di Suhaila, che era passata a miglior vita proprio nell’angolo in cui il letto di Suhaila era appoggiato al muro. La donna giacque distesa in quel letto per giorni, prima che un vicino si accorgesse di sei copie del giornale locale sul gradino.

Suhaila disse a se stessa che era stata fortunata: le mura non emanavano cattivo odore. Una volta ricoperte nuovamente di vernice, l’alone di morte che incrostava gli stipiti e gli zoccoli sarebbe stato spazzato via. Il piccolo garage era pieno fino all’orlo di barattoli di vernice di tonalità corallo brillante, da sostituire al blu marino sbiadito dal sole sulle pareti laterali. Sua madre le aveva detto di essere pragmatica, di assumere un operaio per ridipingere la casa sulla spiaggia. Ma Suhaila era determinata a fare con le sue mani le cose che avrebbe fatto Francis.

Suhaila e Aurora erano vicine al cancello sul retro e guardavano la macchina puliscispiaggia che borbottava sulla sabbia. Il suo rastrello raccoglieva tovaglioli abbandonati e sigarette consumate, triturando le meduse insieme ai detriti. Lasciava una traccia di sabbia pulita e piatta, come se le meduse non ci fossero mai state.

«Mamma.» Aurora giocherellava con i bottoni della camicia da notte. «Samar non ha mai visto le meduse.»

Suhaila era rimasta sorpresa del fatto che Aurora si ricordasse della visita di Samar. Aurora doveva avere più o meno quattro anni allora, quando Francis era ancora vivo e lo zio di Suhaila portò con sé in visita negli Stati Uniti per la prima volta i suoi giovani cugini dalla Siria. Suhaila e Francis li avevano portati da Washington D.C. fino a Brooklyn, dove i genitori di Suhaila possedevano una pasticceria di prodotti mediorientali, famosa per i baklawa e gli ‘atayef. Aurora aveva la fissa per le creature marine allora, ossessionata com’era da stelle marine, dollari della sabbia… e meduse. Francis, che amava l’oceano da che Suhaila lo aveva conosciuto, aveva sempre incoraggiato questa ossessione. A Ocean City nel Maryland, Rockaway, Misquamicut, Aurora setacciò ogni spiaggia per cercare meduse da mostrare alla paziente Samar, che era più grande di lei. Non ne spuntò fuori neanche una allora. Samar, ad ogni modo, sorprese Aurora con un regalo: un braccialetto portafortuna decorato con creature marine che Aurora indossò per mesi. Suhaila si sentiva ancora molto in colpa per averlo perso nel trasloco alla casa sulla spiaggia.

Samar deve essere cresciuta adesso: era al liceo l’ultima volta che Suhaila l’aveva vista, ma la guerra aveva reso impossibile mantenere i contatti. Prima lo zio di Suhaila aveva smesso di chiamare; poi la connessione a Internet nella città di Samar aveva iniziato a funzionare a intermittenza per settimane di fila. Suhaila si chiedeva se fossero riusciti a rimanere lì. Si chiedeva se fossero riusciti a lasciare il paese.

Attraverso la finestra alle loro spalle, la televisione emise un ronzio. Suhaila aveva dimenticato di spegnerla quando erano uscite dal cancello sul retro e disfatto delle scatole che ingombravano il corridoio, con Aurora ancora in camicia da notte a stampa floreale. Francis lo non avrebbe mai permesso, ma Suhaila era più permissiva, meno sicura di sé. La settimana prima, Aurora aveva corso lungo il vialetto di ghiaia, noncurante del divieto di Suhaila. Inciampò, scorticandosi il ginocchio. In bagno, Aurora coprì la ferita con le mani, scuotendo la testa mentre Suhaila reggeva il contagocce di iodio. Suhaila avrebbe voluto dirle: Te lo avevo detto di non correre così velocemente. Aurora si rifiutò di togliere le sue mani da lì. Francis avrebbe usato delle parole più dolci con lei, il bacio sulla ferita che fa passare il dolore. Suhaila si schiarì la voce e il groppo alla gola svanì. «Se continui a tenerlo così,» disse, «non smetterà di fare male.»

Le parole di un reporter le raggiunsero, cancellate dalle onde come impronte appena formate. – alcuni profughi annegati questa settimana mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo – tentando di raggiungere la Grecia o l’Italia in una barca non sicura per la navigazione –

Suhaila disse a se stessa che Aurora non aveva sentito o capito. Pensava che sarebbe stato meglio lasciare che sua figlia camminasse sulla spiaggia, piuttosto che vedere bambini della sua età trascinati dalle onde a Lesbo o Lampedusa. Suhaila si chiese quanto lontano queste meduse avessero viaggiato nella marea, se la morte, che si diffondeva nell’acqua a quattromila miglia di distanza, potesse essere trasportata lì con i loro corpi gelatinosi, se la morte si fosse estesa attraversando gli oceani nello stesso modo in cui si era adagiata nel rivestimento interno delle credenze e dietro gli armadi di Suhaila.

La marea stava arrivando, spingendo gli ombrelli delicati delle meduse in alto, verso le dune.

Aurora piegò la testa all’indietro. I suoi ricci umidi si appiccicarono al collo. «Le meduse muoiono se quella macchina le prende, Mamma?»

Suhaila schiuse le labbra, non sapendo cosa risponderle. «Forse,» disse, ma le sembrava fosse la cosa sbagliata da dire.

Aurora non disse nulla. Le lentiggini che aveva preso da Francis stavano affiorando in questo periodo dell’anno, apparendo sia strane sia perfettamente adatte alla tela color caffè del suo volto. Erano quei minuscoli resti di suo marito, come la presenza brutale e incessante dell’oceano stesso, che addolorava di più Suhaila. Aveva sempre pensato che sua figlia sarebbe stata la perfetta combinazione tra se stessa e suo marito: i suoi zigomi appuntiti e occhi scuri, i lobi attaccati di Francis e il secondo dito del piede più lungo dell’alluce. E Aurora, in qualche modo, davvero appariva come una combinazione di entrambi. Ciò che Suhaila non si sarebbe mai aspettata, era anche il modo in cui Aurora non assomigliava a nessuno dei due. Sua figlia somigliava molto di più a Suhaila che Suhaila a se stessa e, contemporaneamente, a qualcuno che sua madre non aveva mai incontrato. Le ricordava quegli antenati e parenti che, se Suhaila li avesse incontrati per la strada, le sarebbero sembrati dei perfetti sconosciuti. Forse, pensava, questo valeva per l’intera specie umana.

La macchina puliscispiaggia attraversava goffamente il campo di meduse arenate. Suhaila osservava le sue larghe ruote e cercava di immaginarsi che aspetto avesse Samar adesso. Corpi vetrosi cedevano alla pressione delle gomme della macchina, le onde turbolente erano piene di melma per la carne lacerata.

Più tardi, quella mattina, quando Aurora fece a pezzi la sua gelatina con una forchetta, Suhaila si sentì pugnalata dal rimorso. Il panico crebbe dentro di lei e compianse il crudele tempismo che aveva impedito a Samar di vedere le meduse, il tempismo che aveva portato la guerra nel suo paese, il tempismo che le avrebbe separate per il resto delle loro vite. Suhaila si chiese ancora se non avesse dovuto tentare di convincere Samar e il resto della famiglia a restare lì, quando le fecero visita. Sulla spiaggia, le onde sanguinavano con un bagliore bluastro. Suhaila disse a se stessa che non c’era nulla che avrebbe potuto fare.

Ma Aurora premettte la faccia contro la finestra e indicò la medusa ferita. «Guarda, mamma,» disse. «L’oceano sta piangendo.»

 

 

La migrazione non terminò quel giorno, né quello successivo. Le meduse arrivavano con la marea come nuvole viventi, riversandosi sulla riva dalle coste lontane del Mediterraneo e dell’Atlantico. Suhaila si abituò a svegliarsi presto per poter guardare i loro corpi ruotare come rotondi fiaschi di luce, quando la notte serena si trasformava in un tappeto riflesso di stelle. Mentre aspettava che la macchina puliscispiaggia rigirasse i loro corpi nella sabbia, Suhaila iniziava a canticchiare per trattenersi dal piangere. Era come se stesse aspettando che suo marito morisse di nuovo, guardando qualcosa che per certo sapeva che sarebbe morto.
Quella mattina, Suhaila si era svegliata trovando di nuovo la vecchia donna distesa accanto a lei. Era successo tutte le mattine da quando si erano trasferiti nella casa sulla spiaggia. Suhaila aveva aperto gli occhi trovando la vecchia donna davanti a sé, con una guancia poggiata su un gomito, lo sguardo fisso su Suhaila, simile a quello di una madre compassionevole. Suhaila non aveva avuto paura. Del resto, la donna non aveva esalato l’ultimo respiro proprio in quell’angolo e deglutito per l’ultima volta la saliva mescolata al liquore dei sogni? Sicuramente, pensò Suhaila, i vivi devono lasciare ai morti dei luoghi in cui riposare in pace.

Ma nel momento in cui sopraggiunse l’alba e le creature inermi e pulsanti si ammassavano, Suhaila pensò di nuovo a ciò che Aurora aveva detto sui visitatori notturni. Tutto ciò che la circondava sembrava essere in lutto per qualche motivo. Persino il crudele mare piangeva per la sofferenza di uomini e donne per nulla diversi da lei, uomini e donne che la maggior parte del mondo aveva dimenticato. Si percepiva un peso palpabile in questo strano pianto funebre, come quando un pugno si dischiude. Suhaila esaminò attentamente le sue dita sulla corda delle persiane, le sue nocche erano macchiate con puntini di vernice color corallo. L’estate in cui Samar era arrivata, il sole aveva imbrunito la loro pelle della stessa tonalità di marrone.

La lama del sole fendeva l’orizzonte, e il motore della macchina puliscispiaggia prese vita con un lamento.

Suhaila esitò con la mano sulle persiane. Immaginò il nome di ogni immigrato scritto sugli ombrelli tremanti sulla sabbia, il linguaggio invisibile del dolore. Lo stesso nome di Suhaila era il nome che i beduini hanno dato a una stella: Canopo, la supergigante bianca nella costellazione Carena, la chiglia della grande nave Argo. Una volta, i suoi antenati avevano usato quella stella, Suhail, per navigare sotto il manto della notte. Il suo calare annuale al di sotto dell’orizzonte ha fatto sì che i beduini la definissero volubile, la sorella messa in ombra dalla stella fissa Polaris.

E Suhaila pensò a come, a nord di Richmond, Canopo non sorgesse mai, a come non avesse mai visto la sua omonima comparire nel cielo. Aveva dato per vero il fatto che fosse lì, ma era ancora invisibile, questa stella che i suoi antenati avevano visto da Damasco centinaia di anni prima della sua nascita. Suhaila si chiese come riuscissero le persone a credere in cose che non avevano mai visto. Si chiese se Dio fosse più presente nelle cose che nella violenza volubile dei nostri stessi corpi: il tocco di una mano di una donna morta, un marito riflesso nel volto di una bambina, i corpi di cinquecentomila meduse arenate. Cinquecentomila creature abbandonate che avevano visto i morti e gli affogati, che avevano sfiorato le guance dei rifugiati e i loro polpastrelli con i propri soffici corpi. La deriva delle meduse non era stata un incidente, capì Suhaila, ma un grido di dolore.

L’oceano stesso era in lutto.

Suhaila afferrò un mucchio di contenitori di plastica dalla dispensa e uscì dalla porta sul retro correndo senza scarpe, stringendo la cintura della vestaglia con la mano libera. Immerse i contenitori nella schiuma, raccogliendo acqua di mare limacciosa e sabbia grezza.

Iniziò dalle meduse più vicine all’acqua, quelle che avevano una maggiore possibilità di sopravvivere. Un miglio e mezzo più giù, la macchina puliscispiaggia avanzava pesantemente verso di lei. Suhaila utilizzò il contenitore come un cucchiaio, spostando le meduse lontano sulle dune e correndo giù di nuovo per prenderne ancora. Una volta che ebbe tutti i contenitori pieni, corse in casa e rovesciò le meduse nelle pentole, nel lavandino, nelle ciotole. Ogni ripiano era pieno di vita densa, appiccicosa e precaria, di tentacoli che ondeggiavano come capelli contro plastica e ceramica e vetro.

Alla fine la macchina puliscispiaggia la raggiunse. Suhaila entrò in casa e riposò la testa sul bordo di metallo del bancone da cucina. Ascoltò la macchina mentre faceva risuonare in modo assordante il passato, sentendo il filo delle lame che le setacciavano le viscere.
Quella notte, Suhaila scavò un canale davanti al cancello sul retro, fino a raggiungere la sabbia bagnata. Lo rivestì di un telone di plastica e lo riempì di acqua di mare. Poi, svuotò i contenitori con le meduse uno ad uno nel canale. Aurora si inginocchiò accanto a lei. Quando Suhaila finì, si sedette sui talloni, tirando via una ciocca di capelli che aveva tra le labbra. Del sale si fece sentire lungo la lingua. Il canale era così fitto di meduse luminose che le sembrava di essere faccia a faccia con la luna.

Suhaila, quella notte, mise a letto sua figlia e si distese, aspettando il fantasma della vecchia donna. Quando si rese conto di non riuscire a dormire, spense tutte le luci di casa e guardò le cose intorno a sé emettere un delicato bagliore.

 

 

Le mattine successive, il canale era una curva di un blu ultraterreno. Suhaila sollevava il chiavistello, rompendo a piedi nudi la crosta della sabbia umida, per salvare tutti i soffici corpi che poteva dalle lame della macchina puliscispiaggia. Aurora la osservava dal cancello sul retro. I giorni passarono così, e l’estate arrivò, e il fossato si riempì di luce… finché la vecchia donna non toccò il volto di Suhaila.

Era il suo tocco, la novità. Ogni mattina, Suhaila e la donna morta si erano guardate assorte l’un l’altra. Una gioia amara aggrinziva il volto della donna, come se cercasse di descrivere a Suhaila qualcosa di incredibilmente bello per cui non aveva le parole adatte. Suhaila si chiese se fosse universale, questo desiderio dei morti di confortare i vivi. Quando Aurora si svegliava, Suhaila si alzava e allontanava il volto della donna con un battito di ciglia come faceva con il sonno.

Ma quella mattina, la vecchia donna aveva toccato la guancia di Suhaila.

Suhaila uscì dal cancello sul retro prima che il sole sorgesse, abbassando il chiavistello senza fare rumore per non svegliare sua figlia. Il cielo era ancora scuro, abbastanza da far scintillare le meduse come cristallo intagliato, un arco luminescente tra Suhaila e il grigio dell’oceano. Non era la prima volta che desiderava che Francis potesse vederle.

«Mamma,» arrivò la voce di Aurora da dietro di lei. «L’ho trovato.»

Suhaila si girò. Aurora aveva in mano qualcosa di argentato che rifletteva la luce blu. Nella parziale oscurità, un piccolo pendente d’argento di un dollaro di mare brillò per un istante.

«L’ho trovato in una delle scatole,» disse Aurora.

«Il braccialetto di Samar!» inginocchiandosi su un lato del canale, Suhaila la aiutò a chiudere il fermaglio. Poi baciò i capelli di Aurora e con un cenno le indicò di sedersi vicino a lei. Disse, «Allora l’hai trovato, alla fine.»

«Magari prima o poi,» disse Aurora, «potrò farle vedere che ce l’ho ancora.»

Suhaila abbracciò sua figlia e disse, «Forse un giorno ci riuscirai.»

Era una mattinata nuvolosa e il sole non squarciava le nuvole. Il cielo violetto iniziò a schiarirsi, mentre agli angoli era ancora grigio come cioccolata stantia. Le meduse emersero dalla superficie per accogliere la luce imminente, con il loro bagliore che tremolava attraverso la sabbia come le fiamme di candele che tardano ad accendersi. La guancia di Suhaila le bruciava per il tocco della donna morta. Cercò di immaginarsi come sarebbe stato il giorno in cui sarebbe svanito tutto questo, il giorno in cui si sarebbe svegliata in una casa vuota, con la sabbia spoglia e il mare di ferro. Ma non c’era modo di sapere che cosa avrebbero portato i giorni successivi. Il mondo era pieno di cose invisibili, e non c’era nulla che le rivelasse che cosa sua figlia avrebbe potuto o meno ricordare, per quanto preziose fossero le cose che avevano perso. La vita che Suhaila aveva conosciuto era svanita, e tutto ciò che le dava la forza di sopravvivere era la fede di sua figlia in un mondo che non poteva ancora vedere.

Suhaila immerse la mano nell’acqua, e Aurora fece lo stesso. I tentacoli sfioravano le pieghe nelle nocche di Suhaila, scivolando senza forma lungo il palmo della sua mano. Una singola medusa salì in superficie, trascinando scie di zaffiri dietro di sé. I suoi tentacoli richiamarono alla memoria di Suhaila il periodo della sua gravidanza, in cui lei e Francis arrivarono con l’auto fin nel Maine per vedere i nastri avvolti a spirale delle luci del nord, la quasi alba che aveva dato il nome a loro figlia. Non aveva pensato a quel ricordo per anni. Le sue mani circondarono la medusa da sotto, senza toccarla. Forse, pensò, alcune cose sono molto più belle se non vengono strette troppo forte.

 

 

L’ultima mattina d’estate cominciò tingendosi di rosa e arancio, il colore con il quale Suhaila doveva ancora dipingere la casa. Era l’ultima mattina in cui le lame della macchina puliscispiaggia avrebbero rastrellato la sabbia. Fuori, il fossato era di un intenso blu ghiaccio polare che rifletteva il colore del mare.

A distanza, il motore si accese come un tornio. Un barattolo vuoto sul piano di lavoro vibrò. Suhaila si toccò la guancia con la mano. Il ricordo del tocco di Francis produsse una scossa che la attraversò come una tempesta elettrica.

Suhaila aspettò che la macchina puliscispiaggia attraversasse la riva vuota prima di uscire dal cancello sul retro, e la vernice della notte era ancora fresca sulla sabbia. Si inginocchiò e sfiorò l’acqua nel fossato. La medusa più chiara di tutte salì in superficie, i quattro anelli blu sul suo ombrello pulsavano come se stessero respirando.

Suhaila prese la medusa con il barattolo dal bordo largo e la osservò alla luce, che stava diventando più intensa. Guardò ancora le vene verdi e bluastre sul dorso delle sue mani. Le sue cosce non si muovevano, le piante dei piedi non si sollevavano. Aurora aspettò con una scodella piena di meduse tra le braccia. Il freddo Atlantico si riversava sulla riva e sussultava. Il sole illuminava il bordo della bottiglia come le estremità rotonde di una nuvola. Suhaila si chiese se fosse possibile amare qualcosa così tanto intensamente da avvertirlo come un peso, se preservare dentro di sé la sua ferita significasse non riuscire mai a guarirla.

Camminò verso la schiuma con la bottiglia mentre delle bollicine si gonfiavano vicino alle caviglie e svuotò la bottiglia nell’acqua. Tentacoli le accarezzavano i piedi come morbidi polsi. La marea portò via la medusa su qualche altra spiaggia, cullandola verso il cielo. Suhaila previde l’alba a venire e tutte le albe dopo di essa. Immaginò i primi raggi del sole posare la loro tonalità di bronzo sulla facciata laterale color corallo della casa sulla spiaggia. La schiuma riempì la bottiglia di sale e pezzi di vetro di mare blu. Aurora arrivò rotolandosi giù per le dune. Suhaila aiutò sua figlia a rovesciare una scodella di meduse nell’acqua, poi un’altra. Dalla casa, la televisione era un leggero ronzio di voci sovrapposte. Suhaila volse l’orecchio all’orizzonte argentato, mentre qualcosa da lontano creava, con un leggero tocco, i cerchi nell’acqua che le sfioravano le mani.

 

 

Jennifer Zeynab Joukhadar è una scrittrice siriana-americana, autrice del romanzo d’esordio di prossima pubblicazione The Map of Salt and Stars (Touchstone/Simon & Schuster, 2018). È membro del Radius of Arab American Writers e del Montalvo Arts Center Lucas Artists Program Literary Arts. I suoi racconti sono stati pubblicati, o lo saranno prossimamente, su The Kenyon Review, The Saturday Evening Post, The Normal School e altri.

 

[1]Borsellino della sirena” (in inglese mermaid’s purse) è un termine utilizzato per indicare le sacche vuote delle uova di alcune specie di squali e razze. Di dimensioni variabili dai 5 ai 10 centimetri, queste sacche possono essere trovate talvolta sulla battigia.

 

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