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La ferita

Un amico fidato gli aveva dato il numero di Maria Soledad rassicurandolo sul fatto che la tipa in questione era una vera professionista e che una volta concluso il tutto sarebbe uscito dall’alcova lussuriosa pienamente soddisfatto, così fissò l’incontro e si recò all’indirizzo comunicatogli con il solito carico di depressione e solitudine ma anche di eccitazione e curiosità, un mix che lo spinse a pigiare un campanello al cui suono da scossa elettrica fece seguito il cigolio dei cardini della porta e un viso sorridente che sbucò da dietro l’anta insieme a dei denti bianchi e a una pelle caffelatte che si intravedeva da sotto la vestaglia trasparente, vieni mi amor, e lo condusse nella camera da letto dove lui appoggiò 70 euro sul comodino e dove cominciò a spogliarsi senza riuscire a coprire la vergogna del suo corpo smilzo, esageratamente pallido e ricoperto da tondi nei, con la mano poi tentava di celare un piccolo porro che gli era sbucato da tempo sotto la chiappa destra, Maria Soledad se ne accorse e delicatamente gli guidò le dita lungo il tornito interno coscia dove anche lei aveva una strana escrescenza, e finalmente lui la guardò negli occhi e si accorse che era proprio bella e iniziò davvero a rilassarsi quando gli si sdraiò accanto accarezzandolo, no te preocupes guapo, e il fiato sapeva di menta e le labbra erano morbide e carnose, la baciò lentamente assaporando quella saliva che arrivava da lontano, dall’altra parte dell’Atlantico, e quando compì il virile ma illusorio gesto della penetrazione, a qualche chilometro di distanza, suo padre, inebetito sulla coppa del cesso, fu destato da un rumore proveniente dal bidet accanto a sé, si aggiustò gli occhiali e notò che dal foro di scolo stava sbucando un rametto con alcune foglioline verdi. Tu eres muy lindo, lo guardava da sotto le coperte, entrambi ancora avvolti da una nuvola che mischiava essenze dozzinali all’odore di vaselina frizionato dalle secrezioni dei loro organi genitali, e tu invece sei… sei… ma le parole gli si bloccarono in gola e lei lo strinse a sé come una mamma per qualche dolcissimo minuto. Il padre chiuse il battente del bagno e sentì un’eco distante, di frasche, di arbusti, di pioggia. Mentre si rivestiva le chiese se potevano rivedersi e lei annuì con naturalezza, una volta in strada, con la testa in un frullatore che centrifugava tristezza ed esaltazione, le inviò su WhatsApp “sono stato davvero bene, ti bacio”, lei visualizzò senza rispondere. Arrivato a casa il padre, immobile e catatonico, aveva preparato una minestrina con l’uovo, sorbirono l’intruglio nel solito e quotidiano silenzio domestico, pa’…, ma l’uomo si portò l’indice alla bocca, non senti un rumore come di acqua che scorre? Papà…, sì, una specie di cascata! Ritornò il silenzio che li accompagnò fino alla reciproca buonanotte, quella sera non sentì il bisogno di masturbarsi, fece solo un rapido giro su Facebook e poi ripose il cellulare sul mobiletto, qualche istante dopo la doppia vibrazione lo avvertiva di un messaggio ricevuto, col pollice tirò giù la tendina delle notifiche e lesse sullo schermo “anche io mi amor.”


Ma tu da dove vieni? Cioè, voglio dire, sei colombiana, ma di quale città? Io? Io vengo da Santa Marta, la conoces? Es una ciudad muy hermosa! E subito vide che i capelli ramati di Maria Soledad erano gli intrecci delle mangrovie che si bagnavano nel mare caraibico, mentre i fianchi, così flessuosi ora che era nuda sul letto, divennero i rilievi del Parco Tayrona, e i seni, pieni e sodi come i cocchi che ogni giorno vendevano al mercato cittadino, per non dire del piatto ventre: una spiaggia di sabbia aurea con il quasi invisibile filo di peluria bionda che dall’ombelico scendeva giù, un sentiero, verso il mistero, verso il fiore di carne rosa, Teyuna, la Ciudad Perdida. La pianta fuoriuscita dal bidet, nel frattempo, era già un alto albero di ebano con tanto di oleoso serpente verde arrotolato su un ramo. Santa Marta? Deve essere proprio un bel posto, e lei gli schioccò un bacio sulla guancia e con una piroetta danzò verso la cucina per preparare il caffè, lui vide il proprio deprimente riflesso su un grosso specchio vicino all’armadio, le calvizie, la magrezza, il piccolo pene, provò un ben conosciuto disgusto e non poté fare a meno di chiederglielo. Il padre, oh il padre, era completamente circondato da uno sciame di feroci mosquito assetate di sangue. E quindi respirò e le chiese che cosa sono per te piccola? Un amico? Un cliente? Un amante? Lei con un’espressione seria ritornò sul letto e gli prese il viso tra le mani, voleva berlo, gli disse con semplicità tu eres mi amor, così si avvinghiarono tra le lenzuola e lui si accorse che quell’escrescenza vicino all’inguine di Maria Soledad, quella sorta di angioma, aveva la forma di un cuore. Durante la notte, mentre genitore e figlio erano impegnati a fronteggiare i rispettivi demoni serali, un giaguaro annoiato sbadigliava sul divano in salotto.


[in questa parentesi quadra si elencano eventi carichi di mestizia apparentemente mitigati da ingannevoli sfumature sentimentali: soffriva nell’attendere che Maria Soledad finisse di lavorare, gironzolava nervosamente intorno al palazzo della donna e ogni tanto vedeva degli uomini entrare e uscire dal portone, gli sembravano tutti nettamente più belli di lui; lei si preoccupava sempre di suo papà, era molto carina nel volere novità riguardanti quell’uomo malato; a volte lui lasciava da parte la timidezza e le diceva che meritava una vita migliore, che avrebbe voluto dargliela, che, insieme, potevano costruire qualcosa, ma non riceveva mai una risposta convinta, al massimo uno sguardo po’ malinconico; al mattino lei preparava degli ottimi platani fritti ricoperti di zucchero; altre volte invece Maria Soledad spariva per giorni interi, nessun messaggio, nessuna chiamata, e per lui era una vera tragedia, un abisso profondo e atro dove la pensava copulare selvaggiamente con muscolosi stalloni abbronzati, e quando poi si rifaceva viva si scusava dicendo che ultimamente era stata molto occupata; una sera andarono fuori a cena e nel ristorante una band di attempati signori iniziò a suonare Your Song e lei lo invitò a ballare tra i tavoli da sparecchiare e le macchie di sugo sulle tovaglia, e quello fu, per lui, uno dei momenti più pieni e gratificanti della sua vita; capitava poi che in alcuni dei loro incontri Maria Soledad esprimesse un nemmeno troppo celato disprezzo verso il genere maschile, quell’esercito di fedifraghi, repressi, divorziati, ninfomani, disabili, puzzoni, obesi, vecchi, quella pletora di uretre-emetti-sperma che la affittavano giusto il tempo necessario per appagare il loro basso istinto, e allora lui si rintanava in se stesso cercando di non darlo a vedere, le stava accanto senza sfiorarla per paura di attirare quel disprezzo di cui sopra, parlavano di altro, guardavano la TV sgranocchiando robaccia e una volta sotto le coperte, le medesime coperte che durante il giorno avevano visto un bel via vai, lui non riusciva mai a prendere sonno; ma lei, comunque, eruttava affetto a ogni occasione possibile e non smetteva di ricordargli che dopo un’esistenza abbastanza complicata adesso era pronta a dare tutto il bene del mondo; un nemico spietato per lui era il cellulare di Maria Soledad, non smetteva mai di suonare, ogni squillo era una pugnalata e quando la sopportazione giungeva al limite la invitava cortesemente a spegnerlo, ma la fredda replica era un altro affondo della lama: è lavoro, amor; giunsero ad un’incredibile constatazione al cospetto di un tramonto primaverile, ovvero che facevano l’amore, e non che scopavano; litigavano; si riappacificavano; progettavano futuri e viaggi altrettanto improbabili; pianificavano riunioni famigliari al di là dell’oceano; azzardavano preferenze sui nomi di eventuali figli; piangevano quotidianamente, ognuno nella propria stanzetta perché, senza avere il coraggio di dirselo, entrambi ritenevano di non essere abbastanza l’uno per l’altra]


Amava baciare – Papà vuoi uscire dal bagno? È un’ora che sei lì dentro… La voce giunse di liana in liana fino all’anonima soglia che li separava: Figliolo! Vieni anche tu in questo delizioso laghetto, ci sono un sacco di meravigliose cocorite che mi svolazzano intorno! – amava baciare quel cuoricino di carne pendula vicino alla vagina.


Una serie di vibrazioni a notte fonda, era una chiamata, era lei: “te quiero mucho guapo, tu eres mi vida,” e riattaccò. Una sensazione sconosciuta gli fece tremare le gambe, voleva correre urlare saltare, voleva tutto, si accontentò di precipitarsi nella stanza del padre, di disseppellirlo da sotto tre metri di piumone e di scuoterlo per le spalle, papà devo dirti una cosa! Ecco, sì, insomma, ho conosciuto una persona, una donna! E mi ama! Capisci? Lei mi ama e io amo lei! È così… così bello! Mi sento leggero e invincibile adesso, ripenso a mamma e a quando diceva che il destino prima o poi mi avrebbe sorriso, ora sento di stringerlo tra le mani questo destino, vedo una prospettiva, vedo delle stupende possibilità in cui Io si tramuta in Noi, e ho il petto che mi esplode di gioia se penso al fatto che tu, papà, sarai al mio fianco nell’imminente futuro, tu mi guarderai uscire di casa con la consapevolezza che ritornerò ogni domenica a pranzo per mangiare insieme a te, per parlare di frivolezze e cose importanti, e sarò con lei, e la apprezzerai perché è una donna forte e amorevole, e magari un giorno saremo in tre cosicché sentirò chiamarti nonno e sarà quasi commovente certificare una tale chiusura del cerchio esistenziale, voglio che quando penserai a me tu sia sereno e consapevole che tuo figlio si sta costruendo una vita onesta e piena di affetti, papà… sono praticamente sicuro di non essere mai stato così felice come in questo istante, ti prego, abbracciami. Il padre, con quegli occhi da antiquario opacizzati dalla cataratta, lo portò debolmente a sé per coccolare la sua anima, e così si addormentarono. Ma nessuno dei due si accorse che nell’angolo della stanza, a pochi metri dal letto in cui ronfavano beati, c’era un’enorme scimmia che scrutava il vuoto circostante, nel buio i suoi denti scintillavano sinistri.


Una lunga fila indiana di formiche rosse giganti trasportava alacremente pezzetti di pane secco finiti chissà come e chissà quando sotto la cucina a gas.


(la parentesi tonda dello strazio: ne era all’oscuro ma le cose stavano così: non avrebbe mai più sentito la voce di Maria Soledad)


Non era certo la prima volta che lei scompariva senza preavviso per cui, almeno inizialmente, mantenne una parvenza di calma, c’era però un drammatico particolare, i messaggi su WhatsApp non venivano mai recapitati e al posto della foto profilo che proprio lui le aveva scattato c’era solo l’omino di default dell’app, non ci poteva credere ma lei aveva demolito senza rimorsi l’unico ponte che li manteneva connessi. Alle telefonate rispondeva sempre la voce registrata della sua compagnia telefonica che gli ricordava di come il numero chiamato poteva essere spento o temporaneamente non raggiungibile. Iniziava a stare davvero male e il peso che percepiva h24 non poteva essere lenito da nulla: la sveglia era un’afflizione, il cibo una matassa che una volta in bocca si faceva spugna impossibile da inghiottire, la notte una tortura in cui era flagellato dai ricordi, come se pochi mesi fossero stati secoli. Dal bagno si potevano udire i richiami primitivi degli indigeni durante le loro battute di caccia, il padre, nella calma del giorno, tentava di imitarli, uoh-uoh-uoh. Lui stava malissimo, non riusciva ad accettare un tale rifiuto, una tale noncuranza nei suoi confronti, accecato dalla rabbia e da una specie di assoluzione che lo ubriacava perché comunque, nonostante tutto, avrebbe voluto averla ancora, decise di recarsi al suo appartamento e, se fosse stato necessario, di buttare giù la porta a calci pur di avere una spiegazione, ma non ce ne fu bisogno perché, inaspettatamente, al suono del campanello la porta si aprì esattamente come la prima volta anche se chi si trovò davanti non era più Maria Soledad ma un’altra ragazza che non sapeva niente di questa storia, che era arrivata da poco, che non voleva avere problemi e che se non si toglieva dalle palle avrebbe chiamato la polizia, hijo de puta. Papà, con la stupida espressione causata dalle pene sentimentali, sto di merda. E il padre: ok, ma non dimenticare di indossare delle scarpe adatte quando attraverserai la giungla, sono fondamentali.


L’utente PussyLover, in relazione al thread – MARIA SOLEDAD –, ha pubblicato di recente sul sito escort4you.com il seguente messaggio: cari colleghi, sono qui a darvi una triste notizia, la donzella in questione, colei che molti di noi conoscono meglio delle proprie mogli, ha deciso di chiudere bottega, ebbene sì, me lo ha detto proprio lei alla fine della mia ultima visita di cortesia. Essendo da tempo fidelizzato ogni volta concludevo dicendo “alla prossima” ma la girl senza giri di parole mi ha fatto capire che era stanca e che voleva tornarsene a casa, e in effetti da quel giorno il suo cellulare è morto. Che dire ragazzi, per noi è una grossa perdita perché Maria è sempre stata una garanzia, spero che abbia trovato qualcuno capace di farla svoltare per davvero, in fondo di bene in giro ne ha fatto parecchio, se lo meriterebbe anche.


Prima lo salutò dal corridoio, un flebile ciao pa’ accompagnato dal movimento della mano, dopo ruotò la maniglia ed entrò in quello che una volta era un bagno e che adesso, invece, era un’intricata foresta pluviale. Al primo contatto della suola con l’impiantito di terriccio e piante carnivore ogni essere vivente di quell’ecosistema, dai grassi vermi nascosti sotto le cortecce ai sornioni felini in attesa di una preda, si voltò in direzione dell’alieno con un buco sulla parte sinistra del torace, ma già al secondo passo l’interesse verso di lui venne meno e gli ingranaggi-animali dello sconfinato meccanismo naturale ripresero a funzionare come se niente fosse. Gocce, acqua antica e santa che abbevera il puma e accudisce il caimano, l’umidità perenne convertita in bruma e il sottofondo litanico degli uccelli amazzonici che cantano storie tramandate dai loro avi, il sole che filtra dalle fronde in spade di luce pulviscolare, i nugoli di mosche assassine, i consessi tra dotte sanguisughe ai bordi delle pozze, l’afa che è coperta bagnata, il buio assoluto della notte punteggiato da miriadi di pupille che si credono stelle. E lui camminava. In lontananza si udivano i tamburi a festa di una tribù autoctona, sul tronco di un kapok vide un’ambra fossile che incastonava un selfie fatto con Maria Soledad. Si nutriva di licheni e dormiva tra radici aggrovigliate, nidi contorti che accoglievano i suoi sogni impraticabili. Non pensava a niente. Pensava a lei. Ancora più magro e deperito giunse nei pressi di un fiume dove in superficie scorrevano fette di platano inzuccherate, boccette di profumo, preservativi usati, salviette struccanti, perizomi, butt plug, filamenti di sperma, di sputo, di sangue. Aveva freddo. Quanto era bella con gli occhi chiusi? Doveva riposare un attimo. Le mancava molto. In posizione fetale portò lo gambe al petto. Sentiva ancora il suo profumo. Cominciò a diluviare. Tu eres mi vida. Si rannicchiò tra gli arbusti e tutta la giungla si richiuse su di lui.


{una parentesi graffa scritta da qualcun altro*: la prua di un piroscafo olandese avrebbe spezzato i legami che li tenevano uniti, e nella piaga insanguinata, in quella ferita di cui niente avrebbe potuto cicatrizzare i lembi, in quello squarcio terribile si sarebbe riversato l’oceano, lacrime salate, onde salate, un corteo spumeggiante di tormenti e di anni: davanti a loro, la prospettiva di una sofferenza immonda e vana.}

*da Antoine Volodine in Lisbona ultima frontiera


Un cartello diceva “Benvienido al Parque Nacional Natural Tayrona” e poi le mangrovie, l’amato dedalo tricotico che conosceva bene, un nuovo sole lo colpì dopo il lungo viaggio attraverso la madida ombra, guardandosi intorno scorse le colline del parco che erano fianchi, bacini, glutei, se li ricordava a memoria, e infine la sabbia, splendida distesa dorata, una pancia piatta da percorrere con i sensi, sapeva che lì da qualche parte un sentiero l’avrebbe condotto a lei, a Teyuna, e quindi si avvicinò a un anziano che tagliava cocchi con il machete sulla battigia e gli disse mi scusi señor, sto cercando una donna che si chiama Maria Soledad, ha due cuori, uno sotto le costole e uno in mezzo alle gambe, e il vecchio, dalla pelle carbonizzata, portò la mano destra sulla fronte a mo’ di visiera e tirò giù una risata catarrosa, mi hermano, es normal que estés buscando una mujer con dos corazones porque tu has perdido el tuyo.




Alessio Bacchieri Cortesi nasce e prova vivere in una città affacciata sul Mediterraneo. Legge e ogni tanto prova a scrivere nel medesimo luogo.

illustrazione La ferita Alessio Bacchieri Cortesi
“La ferita”, un racconto di Alessio Bacchieri Cortesi per la rivista SPLIT di Pidgin Edizioni
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