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Sesso per ketamina

Pareti cupe, musica dark, bottiglie vuote sparse in terra insieme a latte di condom.

Cosa ci faccio qui?

Dovevo dar retta a Fabio, quello del SerT. Ma sì, gli faccio uno squillo e gli do l’okay a iniziare il programma.

Col gruppo però, frena però, non vorrò espormi davanti a pile di estranei e ghiottarmi lo psi, o peggio, il recupero, che poi tutti lo sanno e quei tutti ne parlano della droga da cavallo, del k-hole e del giro extracorpo.

Un ultimo scambio quicko e per stasera svolto. Dài, dove mi siedo?

Il pavimento è invaso dallo schifo e sui divani riversano braccia, gambe, mani e piedi annodati tra loro. Tanto vale sdraiarmi qui, accanto al biondo che pare un castoro, quel tipo che dopo averti infilzata, ti emigra pure al semaforo. M’insinuo tra lui e questa schiena con tatuaggi, ma niente mentine, eh?, preferisco la liquirizia, io, prendi appunti, biondo, perché spartiremo poco meno di due ore di metronomo: un’ora per la salita e quarantacinque minuti di euforia.

Dopotutto, ci vuole una canna intanto che aspetto questa celebre keta e biondo mi concede il fianco. Che faccia avrà?

Mi liscia il ginocchio, e intanto, sbuffa turbini di fumo da un’ombra di narice rossiccia. È pesto il locale, talmente fitto il fumo che le palpebre raschiano gli occhi simili a rulli impastati di polvere. Meglio però, che se inquadro corpi avvinghiati mi prende a svomare. Già in gola percuotono i bassi di questa musica dura, sebbene sia peggio il suono del mio pianoforte verde. Una fissazione quel verde vomito. È tutto verde, in casa, ha dipinto la vetrina di verde, le cornici dei quadri, i lampadari, perfino i pulsanti delle luci sono verdi.

Io lo schifo il verde – a parte il fluo – e anche il metronomo è verde, mi scassa i timpani a furia di ripetere quei quattro accordi, di controllare il tempo, il pedale che non tiene, lo spartito che mi cade, prendo pure una stecca. Che poi di Wagner mica m’importa, do minore, re bemolle, fa maggiore, sol di settima. È davvero un pezzo imperdibile, diventerei una star se arrivassi alla fine, ma l’esame è fatto, babbo non c’era e tra poco tracollo, se continuo a brasarmi.

Perché?

È un’ossessione mentale, più che fisica. Perché sono un’egoista, perché mi diverte, perché mi dà gusto, perché è da fighi, perché voglio misurare il mio coraggio, perché sono strana, scegli quella che ti piace di più, babbo, perché voglio stabilire un nuovo record, perché intendo valicare tutti i limiti del mondo, perché mi sono iscritta a una gara di sopravvivenza in TV, perché mi spazientisco di badare a te e ne ho fin sopra le orecchie di consulti, capsule e flebo, e poi, ancora flebo e capsule e insulti.

E però ho deciso che smetto. Smetto. Dopo quest’ultima. Oggi, forse. Oppure domani. O domani l’altro.

Tracanno la vodka che m’incendia le labbra e biondo mi tasta, mi fruga la bocca, ma non sono affatto svarionata. Sgancia la keta, sborsa la riga, vuoi impiegarci tutta la notte?, con la ketamina l’euforia è triplicata e in questa baracca, ne gira a secchiate.

Come avrà fatto, biondo, a comprarsi le sneaker Nike?, la finanza ti arresta anche solo se osi guardarle. Ah, se fossero giuste sotto la mia mini, con quelle sventole ai piedi avrei fatto un’esecuzione perfetta del brano di Wagner, mi avrebbero sommersa di progetti lavoro e avrei intascato così tanti soldi da comprarmi pure tre paia di Nike. E babbo, lo so, che saresti stato orgoglioso di me.

Vada per la pasticca di Adam, è schifo, ma meglio di niente. E non mi riesce di fiatare una sillaba, più passa il tempo, più sono dislessica e ho certi buchi al cervello, che nemmeno una fetta di Leerdammer. Ma domani la smetto. Domani telefono al figo del SerT col sorriso dolce. Domani, oppure, dopodomani.

Con la lingua nell’orecchio, il bionkoniglio si è sciolto, ti vorrei vedere il viso, ma i capelli la coprono per intero, lisci e spettinati. Le mani, invece, sono lunghe, aride, chiare ma frammentate da macchie bluastre.

E questa polvere viola da dove sbuca?, l’avrà tagliata con il ribes di sua nonna?, non mi fido di certi schifi che poi passo la notte a svomare. Okay, è crystal meth, scema, allora, potrei, sì, il crystal è roba tosta, ma perché calarmelo quando posso avere la keta?, e bada che il talco non fa per me, anzi riprenditelo. Con la keta, invece, sono disinibita ed è esatto quello che mi occorre – sono troppo frenata, per vivere bene. O anche solo per vivere.

Dài che la sgancia – era ora – me la tiro in una volta. E niente. Mica sento niente, però la testa ce l’ho compressa, la botta sta salendo, ma sì, mi lascio andare, perdere, finire, l’acca va a dormire.

Ancora non vedo il tuo volto, biondo, è altro che vedo: mi dondoli in faccia il tuo bombo gelatinoso. Ma ho la lingua anestetizzata, uguale a un cono gelato – limone, cioccolato e panna.

A un passo dai diciott’anni di gelati ne ho schedati parecchi: tipo uno, cremino, tipo due, calippo compiaciuto, tipo tre, cornetto fiero, tipo quattro, biscotto ripieno, tipo cinque, introvabile magnum, tipo sei—

E dove lo svolto questo compleanno?, tipo in parrocchia, oppure in metro a stazione Finocchio?, la conosco solo di nome, questa fermata, e già mi conquista: Pigneto, Malatesta, Teano, Gardenie, Mirti, Parco di Centocelle, una serie di Torri e poi eccola lì. Mi calo due canne, e se ne gratto dell’altra, mezza riga di keta. E poi brindo: i diciotto anni di Cloride a Finocchio.

Ma figurati, dovrei allestire ben altro per fugare in oblio. Una festa al Pimm’s Good, per dire, da leggins e anfibi, o un più cerebrale Bukowski’s Bar con ai piedi le super sneaker Nike. Dovrei applicarmi, per scordare il mio nome. Mica facile, però. Anche perché, dopo un’ora di chinotto, col bombo in erezione, è arduo concentrarsi.

In un’ora mi calavo una keta che magari era meglio. E infatti l’ho scesa, mi pare, sono piuttosto intorpidita, piuttosto svaporata. Ehi biondo, taglia col soffocone e svella il domopack che voglio ramare! Doremìfasol e sì togli anche le fodere. Ma c’è un puzzo di piscio e ammoniaca, qui dentro. Una stalla lercia di flippati che peggiore non c’è. Non vale, non vale, via il reggiseno e via pure la tua camicia, allora.

Mi molla un’altra dose di keta: è andata. La infilo in tasca e—

Cos’è questo pezzo di carta?, ah già, il numero di Fabio del SerT, sorriso dolce che forse mi filava. Ma come ci sono finita qui?, okay, la smetto prima dei diciotto, oggi, domani, domani l’altro.

Chissà se poi sia peggio Wagner suonato a rap o Eminem in versione tango. E mostrati biondo, sorridimi. No, tu sei uno che ghigna: inquietanti gengive giallicce, rughe che s’incidono in fronte, guance a budino, occhi incavati, che cosa ci faccio con una spremuta di vecchio?, sono brasata, ma mica rincoglionita. Ovvio che si celava con questo collo flaccido, lembi di pelle tremolanti che gli penzolano dalle braccia – quasi svengo. Non potevo aspettare che uno dei trentasei puledri, qui dentro, si scannassero per offrirmi un bolo di keta?

Questo vecchio sbavone mi ha slacciato le gambe, svengo sul serio, sono lessa, sono un broccolo verde – rieccolo il verde. Adesso la sento, la keta, mi pulsano le tempie, ho la faccia molle, gli alluci friggono, le gambe si fondono col pavimento, strano ma è morbido.

Meraviglia.

Spirali di fumo galleggiano sulla mia testa astrusa consistenza il tempo immobile libera vibrante energia penetra nuota immateriale le pareti alitano pigre dondola il pavimento in soffice rilassatezza svanisco oscillo in spazio distorto interrotto da respiro affannoso nel buco c’è il bionkoniglio capovolto sdrucciolato sprofondo sotto sabbia in torbido oblio giù nel nero di scolo mi slargo in liquame di bocca gigante e suona il pianoforte suona



Luce.

Condenso, coagulo, raggrumo.

Puzzo di vomito, di sudore, di schifo, ma Fabio sorride. Rimbomba la sua voce – quant’è figo – mi hanno trovata nel cesso, dice, in tasca avevo il suo numero di telefono. Ripresa per i capelli in stato comatoso.

E come sto?

E che ti dico.

Come una che ha babbo sottoterra da venti giorni, è stata bocciata al Conservatorio e vuole smettere. Domani l’altro. Domani. Oggi.

È bello riflettermi nei tuoi occhi, mi vedo viva e bellissima.

Dài però, non sto così male.






Elisabetta Foresti è nata e vive a Roma.  È laureata in Scienze Biologiche e specialista in Patologia Clinica.

Nel 2018 si è qualificata prima nello Scouting night live dell’agenzia Oblique Studio, e nel 2020, è stata selezionata nel concorso 8×8 si sente la voce della stessa agenzia.

Ha scritto diversi racconti, l’ultimo pubblicato sulla rivista Il Rifugio dell’Ircocervo.

Nel 2018-2019 ha frequentato la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. Attualmente ha ultimato il suo primo romanzo, Il misfatto.

illustrazione Sesso per ketamina - Elisabetta Foresti - SPLIT - Pidgin Edizioni
“Sesso per ketamina”, un racconto di Elisabetta Foresti per la rivista SPLIT di Pidgin Edizioni
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