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Strade di possibilità

All’inizio, come tutti gli inizi, ho fatto un sacco di errori. Comande dimenticate, ostriche servite affogate nell’acqua invece che su isolette compatte di ghiaccio, sale e zucchero confusi nella preparazione dei dolci, le facce sbiadite nei rimproveri, il tono di voce che si alzava nel raccontare il delirio scatenato dalle mie confusioni. Il sudore salato che scorre a fiotti tra i rebbi delle forchette e i tovaglioli piegati a guscio di tartaruga, il simbolo del locale. Un ricciolo di burro sciolto che viene accostato alla bocca di donne col collo pieno di gioielli, i capelli che si intingono di sughi e minestre mentre strisciano nei piatti.

All’inizio è tutto difficile.

Poi di colpo mi accorgo che i clienti sorridono nel vedermi, incoraggiando le mie timide offerte di scuse, i tovaglioli piegati perfettamente, le ostriche che scintillano insieme ai coni azzurri di ghiaccio su cui vengono serviti, la densa cremosità dei dolci alla crema cosparsi di granelli fini di zucchero e non di sale, il sorriso che mi tira all’ingiù gli angoli della bocca.

Un giorno smetto di sentirmi tesa come una corda e sento fluire via tutta l’ansia di non riuscire a fare le cose per bene, un giorno, all’ora di chiusura, mi sento soddisfatta, la mano del capo cameriere che mi stringe la spalla e mi dice: Brava Ely, ti stai ambientando.

Il sorriso rimane a galleggiarmi sulla faccia anche dopo che lui se n’è andato, quando resto con gli aiuto camerieri a riporre scodelle e piatti che scottano dopo il lavaggio, il modo in cui tutti chiacchierano formando un brusio che ricorda uno sciame di insetti, diventa qualcosa di piacevole e non più il suono sconfortante di una lingua sconosciuta.

Vengo ammessa nel gruppo, mi fondo con lo scintillio delle loro parole, sento la stanchezza dei piedi come un perfetto inizio di conversazione.

Capisco che mi piace la pace che mi dà il mio nuovo lavoro quando le porte del ristorante si chiudono e smettiamo di sorridere fino a slogarci la mascella, le monete delle mance nel bicchiere pieno di assenzio.

Le monete in circolazione sono poche, i clienti pagano tutti con carte di credito, eppure noi continuiamo ostinati ad annuire e ringraziare quando un nichelino color rame cade in quella pozza di liquido verde acceso.

Il guizzare di un occhio verso di me. Io che avanzo sicura, i piatti esibiti in bella vista come doni. La gonna nera al ginocchio. La postura eretta che mi ricorda le sessioni in palestra, il parquet color legno biondo dove scivolavo, i piedi disarticolati.

Mi piace quando le luci si spengono, esitanti, non tutto d’un colpo, quasi volessero augurarci la buona notte. Mi piace anche il gesto lento, meccanico, dello straccio intriso di candeggina, l’odore di disinfettante persistente che ricorda quello del Nido.

La meccanicità dei gesti, privi di pericoli. Parlo con le persone, ascolto le loro lamentele, vedo i loro corpi flaccidi o scattanti tesi verso il cibo. Bocche intente a mordere costolette di carne di cervo o la versione più economica di carne di corvo, nera contro la porcellana bianca del piatto.

Non si potrebbe, ma possiamo mangiare gli avanzi. Le dita sporche di vino mentre roteiamo attorno ai tavoli, intenti a mostrare solo interesse per le richieste dei clienti. Sappiamo che gli uomini e le donne ospiti del locale ci guardano, ci osservano, fanno commenti sulla nostra bellezza, sui nostri corpi giovani, forti come colla a presa rapida. Scommettono su quanto siamo disposti a rischiare facendo sesso tra noi, o con loro. Ci immaginano stesi su un tavolo, ricoperti da una tovaglia di lino delle Fiandre, mentre ci facciamo toccare dalle loro mani curate o ruvide, macchiate dal fumo o dall’età, i regali costosi che potrebbero farci,

C’è un’aria giocosa di tempo inutile, tempo speso a imparare cose che forse non servono. Non tutti i miei compagni di lavoro conoscono il Nido.

Molti sanno cos’è, ma la maggior parte di loro non ci ha mai messo piede. Per i ragazzi del ristorante sono solo una ragazza che ha migliorato il suo corpo. Il mio aspetto piacevole mi ha aiutato a trovare questo lavoro, un modo per ripagare le lezioni di trucco e portamento, le extension color miele che partono dalla sommità della testa e mi scendono in riccioli disordinati. L’odore degli smalti e i rossetti che ci scambiamo, rapide, furtive, le ragazze che ridono con le mani sulla bocca per soffocare gli urletti di gioia quando intascano una mancia generosa, una cavigliera o una cintura fatti scivolare nelle cuciture nascoste della gonna, i pizzicotti delle altre nella parte interna delle ginocchia quando si rifiutano di condividerne l’uso.

– Puttana.

Anche gli insulti sono fatti senza cattiveria, nella modalità pesante di un gioco goliardico. Le gomitate e le spinte hanno una consistenza pacifica. Stiamo attenti a non farci male, i contatti fisici appena accennati.

La dolcezza del vino avanzato sorseggiato direttamente dalla bottiglia, la manica che asciuga la saliva lasciata dalla bocca precedente, le patatine avanzate nei piatti dei bambini, le cucchiate di gelato sciolto multicolore, i sorbetti all’uva o alla menta con il loro odore goloso di freschezza.

La cosa che mi dà più conforto è il sapore dello zucchero in grani sulle ciambelle stantie che mangio il giorno dopo in cui sono state sfornate, la consistenza cremosa che la lingua incontra insieme alla pasta morbida e odorosa di burro.

Non ho mai mangiato così bene. E quando il corpo si rilassa a fine giornata, l’energia del cibo ancora in circolo, è difficile quasi ricordarsi di aver avuto una fame che faceva scomparire ogni desiderio che non fosse quello di soddisfarla. La sensazione che mi piace di più è la consistenza collosa degli spaghetti, il risucchio che fanno prima di masticarli, insieme al condimento di spicchi d’aglio a mezzaluna e olive. Mi piace il minuscolo istante di tempo che passa tra la masticazione e l’atto rapido dell’inghiottire, quando tutti i sapori esplodono insieme prima di sparire in un boccone impastato di saliva e succhi gastrici. Adoro anche mangiare le patatine direttamente dal cartone reso floscio dal calore, inspiro rapida l’odore delizioso di olio scadente. La consistenza unta che mi rimane in bocca mescolata al sapore di salato e croccante. Erano un cibo difficile da procurarsi e ora posso averle quasi ogni volta che voglio. Non riesco a credere di aver smesso di avere fame.

Sono viva anche con le piccole ustioni sui polpastrelli, quando saluto tutti e torno alla stanza che mi hanno assegnato, in attesa che il tempo si accumuli senza brutti ricordi. L’aria che sa di bruciato e di ozono.

Potrei essere scambiata per un’aspirante musicista o ballerina, mentre cammino a passo veloce, le gambe che mangiano la strada.

Sono viva su strade che non ho mai percorso.

Le movenze imploranti della ragazza dai capelli stopposi, bianchi come gesso, sono un’attrazione da cui non riesco a distogliere gli occhi. Una sequenza di gettoni della metropolitana mi cade accidentalmente sul marciapiede, le tasche vuote che esibisco a mo’ di scusa davanti a quegli occhi color cenere. Gliene regalo la metà. Lei li prende in mano, ondeggiando su un piede solo, poi nel suo modo grazioso mi saluta con la mano e scompare dietro un vicolo. Io rimango sospesa, dimenticando chi sono e cosa faccio per vivere. Per un attimo torno indietro in un posto in cui non abito più.

L’asfalto assorbe le promesse della notte, una macchina sbanda contro il cordolo del marciapiede, un ragazzo molto giovane si affaccia al finestrino e mi fischia contro, la portiera lasciata aperta un istante di troppo, come un invito. Potrei accettare quello sguardo appannato e salire su quella macchina. Recuperare i gettoni regalati e altre cose. Quello che più mi attrae è l’essere oggetto fresco di un desiderio così evidente da non dover essere spiegato. Sono qui ferma e qualcuno indugia per potermi avere.

Basterebbe un solo gesto per ridurre in cenere il lavoro paziente di crearmi una vita rispettabile, tranquilla, racchiusa tra gli orari notturni di lavoro e i risvegli placidi in una stanza calda di sole.

Giro le spalle alla macchina, mentre sento che si riavvia sgommando, le parole che non sono riuscita a capire perse tra i fumi dei gas di scarico. Mi passo le mani sulle spalle per accertarmi di essere rimasta ancorata a questo pezzo di pavimento.

La paura di quello che desidero è una sottile striscia di elettricità che avanza liquida sulla schiena, fino ad arrivare alla punta delle mie dita.



A volte al ristorante, alla fine del turno e ormai a notte inoltrata, qualcuno improvvisa un balletto mentre gli altri battono il tempo con le mani, la melodia canticchiata a gran voce nel silenzio punteggiato di luci. I ragazzi mi appoggiano le mani sui fianchi, le ragazze mi prestano le matite per gli occhi in modo da intensificare lo sguardo, mi fanno cenno quando viene chiamata una comanda. Le risate. Innocue. Facili. Potrei nutrirmi di quelle risate così fresche, inghiottirle come bocconi di pane e illudermi che, una volta digerite ed entrate in circolo nel sangue, avrebbero potuto prendere il posto di tutte le ferite precedenti.

Sto bene qui, nel tessuto damascato delle tovaglie, le tende di broccato scuro, la ricchezza sfiorata con mani incerte, che pure mi ondeggia dentro. Mi piace sentirmi parte di un cerchio che si chiude sopra di me ogni notte e si riapre la mattina dopo. Potrei restare sempre qui, penso, appoggiata al muro, la camicetta sbottonata a fine serata che cade sulla gonna dai gancetti allentati. Il sudore che si asciuga nell’incavo del collo e sulla schiena. Potrei restare qui, in questa parte del mondo noto dove le strade hanno nomi di fiori, i latrati dei cani sono segnalazioni benevole per la palla perduta di un bambino, e non c’è puzza di vomito nei canali di scolo dei marciapiedi. Dove sono adesso non sento l’odore penetrante del fiume, e se mi appoggio una mano sulla pancia incontro carne ammorbidita dalla vita placida e dal consumo di zuccheri. Mi nutro di risate, con la certezza che se riuscissi a inghiottirle tutte potrebbero prendere il posto delle cose che non riesco a riavere.



La borsa e la trousse per il trucco sono usati a mo’ di cuscino o sono ipotetici regali? Nel primo caso, toglierei la virgola.






Marilena Votta nasce a Napoli il 22 agosto 1972. Trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci da cui si difende immergendosi nei libri, innamorata della letteratura greca. Ha pubblicato tre raccolte di racconti, “Equilibri sospesi”, edizioni Progetto cultura 2012, “La ragazza di miele e altre storie”, Edizioni progetto cultura 2016, “Diastema” (2020) Edizioni Ensemble, e un libro di poesie “Estate” (2019), un suo racconto “Esterni da un matrimonio” è presente nell’antologia “Illusioni” D editore (2018). Conduce una trasmissione radiofonica, su Radio Redhouse, dal titolo “Scusate se leggo”, che tratta, in maniera divertente e ironica, di libri e di persone che leggono e che scrivono.

illustrazione Strade di possibilità - Marilena Votta - SPLIT - Pidgin Edizioni
“Strade di possibilità”, un racconto di Marilena Votta per la rivista SPLIT di Pidgin Edizioni
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