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illustrazione Tempi di paglia - Tamara Macera (Calliope) - SPLIT - Pidgin Edizioni

Tempi di paglia

Dicono che sia divampato un incendio al di là della piazza. Dicono che sia grande come l’ipocrisia della gente, che è rimasta a guardare. Loro dicono, eppure io stento e ho sempre stentato a credere. Qualcuno insinua che Don Michele abbia continuato la predica perché, comunque vada, la liturgia è nella parola e la parola non conosce silenzio. I giovani in strada a contemplare il disastro, perché nel disastro è la liturgia. E mentre la montagna restituisce le stelle al cielo, nel bagliore delle fiamme, il mondo intero non riesce a domare ben altre intenzioni. Le intenzioni di un male sconosciuto, così lo chiamano. Invisibile, così lo descrivono. Pericoloso, così pare. È storia di provincia, di un entroterra dimenticato persino da chi lo abita e ci è cresciuto. Le persone vivono in un immaginario che non ha nulla a che vedere con questa realtà. C’è il muratore che si esibisce sui più grandi palchi; l’insegnante che è la First Lady di un luogo non definito e il barbiere che è padrone di ogni strada di Siviglia. Nulla da togliere a Rossini. Anzi. Mai nominare il nome del genio invano. Questa è la vera liturgia. Ci si accontenta di questo abito cucito addosso mentre tutto, dentro e fuori, continua il suo corso. No, neppure un male sconosciuto è in grado di scuotere questa dannata palla di vetro che è il mio luogo, quello natio, quello cucito addosso e che ti porti dietro ovunque. C’è l’incendio e questo basta. Ah, c’è anche Don Michele che non smette di recitare il sermone davanti una platea inesistente, mentre il fumo è già sceso a valle. Una storia che è già leggenda da tramandare a chi verrà. O a chi se ne andrà. Punti di vista. È il 2020 e ho ventisei anni, nel fiore dell’età. Dicono anche questo. Che poi i fiori appassiscano il secondo giorno, nessuno te lo dice. Sei solo giovane, in fila tra i giovani, a contemplare un disastro che non ha nulla a che vedere con combustioni o reazioni chimiche. C’è questo momento e la tua vita, su binari paralleli diretti chissà dove. C’è gente al di fuori di questo incendio che muore per un nemico senza volto né bandiera, al quale non si può intimare di fermarsi alla frontiera. C’è il tempo noncurante di liturgie e di preti che cantano messa. Non frequento da tempo immemore, ma avrei voluto assistere anche io all’ipocrisia. Vi è un’atmosfera singolare quando la mediocrità locale si manifesta. Ha una frequenza tutta sua il cicaleccio dei compari. Si aggira intorno ai 415 hertz, accordatura barocca. Calanti che Dio solo lo sa, per gli attuali standard, è chiaro. Non ero lì, sfortunatamente. Forse ero tra il giardino e la sala ad attendere un segnale, lo scoccare del mio futuro. Ci credete? No, nemmeno io. Forse ero a fare quello che faccio sempre: alzare il palato, appoggiare il suono, immaginare di calcare grandi palchi. Ah no, quello è il muratore. Non desiderare desideri altrui, credo sia il quindicesimo comandamento. Chiederò a Don Michele a fine quarantena, promesso. Ma le voci corrono come corre quella nube che dicono stia scendendo a valle, nella conca, dove il Fucino ha lasciato residui di civiltà. Gli occhi puntati da quella parte del monte, dove il virus non può arrivare. Siamo pochi, qui non succede nulla. Ci credono davvero. Qui non succede mai nulla. Ogni trent’anni un omicidio smuove le zolle di questa terra di nessuno. Di chi è la terra? Di nessuno. Chi siamo noi? Nessuno. Chi vive in questi luoghi ha una sorta di difetto d’identità, riesce a immaginarsi solo al di dentro. Per cui Ulisse viene a farci visita prestandoci il suo nome. Siamo a settecentotrentacinque metri sul livello del deserto, tra il fuoco e il nulla. Gli alberi bruciano da un giorno intero ma mi rifiuto di guardare da quella parte. Ho sempre odiato il concetto di “parte”, anche quando da piccola mi dicevano: “Se non ti dai una mossa non andrai da nessuna parte.”

Ma da che parte è la parte? Dove si trova questa parte di cui tutti parlano? Forse avevano ragione, perché sono ancora qui. Non sono riuscita ad arrivare da nessuna parte. Ho ventisei anni e nessuna parte. Poi è arrivato il male e qualsiasi parte è diventata irraggiungibile, come se l’universo adesso mi ascoltasse, come se avesse sempre saputo che non è ancora ora di andare da quella parte. Dalla parte della parte. Non è un mio problema, giusto? I problemi sono altri, dicono. Continuano a dire. Le informazioni inondando il quotidiano, a tavola in silenzio nella liturgia della notizia. Si mangia come seduti intorno alla verità, all’attimo in cui qualcuno ci dica che abbiamo vinto e che tutto può tornare alla normalità. Tornare a vivere, mentre la gente muore. Vivere, seconda coniugazione e io non sono mai stata brava a coniugare nulla. Vivere, sorridere, credere, correre, vincere. Ecco perché non mi piaceva la seconda coniugazione. Verbi difficili da pronunciare. Cose che non so fare. Esistono persone avvezze alla vita, c’è chi nasce per vivere. Seconda coniugazione. Poi c’è chi riesce a guardarsi allo specchio e a riconoscere quell’impossibilità umana che è solo sua. Quell’impossibilità che diventa di tutti, quando una mano invisibile si stende su un periodo artificiale e getta ombra. Un pochino come le insegne del Luna Park, l’illusione dei tempi moderni, con led che non splendono di luce propria. La decima piaga d’Egitto e la morte dei primogeniti. Lo avrà detto Don Michele durante l’omelia? Non credo qualcuno abbia sentito nel frastuono dell’incendio. Dicono che la gente si è ritrovata in piazza, a distanza pattuita l’uno dall’altro per ammirare la vampa stridere, come Azucena nelle tenebre o come la “pupazza” d’estate. È consuetudine bruciare un’enorme donna pupazzo in una determinata festa di paese. Ora non chiedetemi il giorno e il mese. Anche io non vivo questo presente. Prima del rogo, in un’inquisizione popolare, il grande oggetto viene fatto danzare. Una persona lo manovra dall’interno. E se fosse stata la pupazza ad appiccare l’incendio? Se il popolo stesse guardando un uomo sacrificarsi alle fiamme? Se fosse questa la ragione del disastro? Nessuno sa, nessuno parla. Nella strada che porta al campanile, il ferro battuto della croce invecchia come gli stessi volti che guardo da ventisei anni. Sono tutti lì, catturati da quel bagliore che li desta dal sogno, un alveare di api che li tiene svegli. Non sentono mancanza perché nulla è mai mancato. In questa palla di vetro tutto è al proprio posto e ognuno ha scelto dove stare. La mancanza è di chi non ha capito, di chi vive nell’illusione. Te lo insegnano a scuola, devi essere l’incudine che sente picchiare addosso il martello, anche quando il peso è insopportabile. Devi rimanere in silenzio, all’angolo della tua esistenza e non provare a desiderare, perché non uscirai mai da questo posto. I sogni sono per chi ha già vissuto nel movimento, nella velocità di reazione di questo secolo. Ho sempre sognato l’America. Ragazzi, non avete mai visto l’America con gli occhi di uno che non ha mai visto l’America. È così grande da far paura, come le tue aspettative, come il quindicesimo comandamento che è il desiderio del muratore. E anche il tuo. Quindi continuo ad alzare il palato, ad appoggiare il suono, a metterlo in maschera. Così dicono. Una maschera che ho già, che non tolgo neppure per andare a pisciare. Non si può essere, tu non sei. Non sarai mai. Dite che conta davvero? Non lo so, eppure un male è venuto a farci visita e l’America non è mai stata così lontana. Dicono che con la bella stagione le cose cambieranno, tutto cambia con i prati e i fiori pronti per essere strappati e morire il secondo giorno. Tutto cambia, tranne noi.

Quel fiero tronco di noci davanti casa osserva i miei anni e il loro rimanere sempre uguali. Sempre al punto di partenza. Sempre sul punto di spiccare il volo e rimandare. È un limbo che non conosce canto, non appartiene né all’inferno né al paradiso. È acqua che scorre sempre nella stessa direzione, mentre il tempo si accorcia, l’Oceano si espande e tu sei lì, tra l’incudine e il martello. Ironia senza fine. Anche quest’anno è arrivata la primavera, prima del maggio e di tutte le cose belle, nel momento esatto in cui le ore si scontrano con i meridiani ed esplode quella che chiamano vita. Così dicono. Anche quest’anno le campane suoneranno nel giorno di San Berardo, una reliquia che non smette di parlare anche da morta. Il giorno di festa significava che il buono era alle porte, con il sole e il polline nell’aria, con quella fretta di amare in un duemila adolescente. Anche quest’anno le campane suoneranno. Suoneranno per il fuoco, suoneranno per il disastro, suoneranno per l’America, suoneranno per il Verbo, suoneranno per il sabato, suoneranno per Rossini, suoneranno per un male sconosciuto.

Un male che ci tiene divisi anche sotto la luce di un incendio.






Tamara Macera è un’esordiente contralto e scrittrice abruzzese.  Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, “Il naturale processo di eliminazione”, con la casa editrice indipendente “Valletta Edizioni”. Nel 2016 pubblica il suo secondo romanzo “Sofia in punta di piedi”. Nel 2018 partecipa a diversi concorsi letterari tra cui il “Premio Prunola”, svoltosi a Castelfranco Veneto, nel quale avrà una menzione d’onore, e il “Premio Bukowski”, con il racconto inedito “Donna Airone”. Nel 2019 pubblica con la casa editrice Libereria la sua prima raccolta di poesie, “Fiori estinti- Libro bianco della disillusione”. Il 22 maggio 2020 vince il Premio Letterario Nazionale Salinger sempre con il racconto “Donna Airone”.

illustrazione Tempi di paglia - Tamara Macera (Calliope) - SPLIT - Pidgin Edizioni
“Tempi di paglia”, un racconto di Tamara Macera (Calliope) per la rivista SPLIT di Pidgin Edizioni