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Il convalescente (estratto)

(Primo capitolo del romanzo “Il convalescente” di Jessica Anthony, tradotto da Stefano Pirone, pubblicato da Pidgin Edizioni nel maggio 2019)



I

15 giugno


Il 15 giugno 1985, alle 15:42, un terremoto di magnitudo 6,7 colpisce Puebla, in Messico, distruggendo duecentonovanta chiese, trecento scuole e quattromila case, lasciando quattordici morti e oltre quindicimila sfollati. Tra i viventi c’era una ragazza di nome Adelpha Salus Santino che, dopo aver scavato tra le macerie della vecchia fabbrica Vehiculos Automotores Mexicanos trovando entrambi i suoi genitori morti soffocati, raccolse un coltello polveroso, lo puntò al centro del suo corpo e si pugnalò rapidamente nella pancia. Fu subito trasportata al pronto soccorso dai paramedici che, quando non riuscirono a trovare alcun documento, chiesero alla ragazza ¿Como te llamas? al che Adelpha Salus Santino rispose, “Mariposa,” che significa farfalla.

In quell’esatto momento, una squadra di astronomi all’Observatoire de Paris assistette alla nascita di una stella dieci volte le dimensioni del Sole. La stella era localizzata al centro di una nebulosa precedentemente oscurata da polvere e gas, ma quando i venti prodotti dalla stella neonata spazzarono via i detriti, la sua insolita forma poté essere vista per la prima volta. Alle 15:42, uno degli astronomi osservò con eccitazione che la nebulosa presentava due nubi rotonde e contigue invece di una singola nube regolare, e la chiamarono “Papillon,” che in francese significa “farfalla.”

Tornando sulla Terra, a un migliaio di chilometri a nord del Messico, Miss Mary Pierce, una donna single di mezza età con un grave caso di agorafobia, si trovava in piedi dietro alla porta di ingresso della sua villetta da due camere da letto in un sobborgo di Youngstown, Ohio, torcendosi le mani per non farle tremare. Stava cercando di trovare il coraggio di aprire la porta e uscire all’esterno, quando lo sportellino per la posta si aprì e in esso il postino spinse una copia promozionale della rivista Esplora altre galassie. Alle 15:42, tremando, Miss Pierce aprì la rivista. Una farfalla marrone volò fuori dalle pagine. Nello specifico, una farfalla della varietà Adelpha salus, conosciuta soltanto in regioni remote del Messico. I lepidotteristi la chiamano la “sorella perduta.”

Ancora in questo preciso giorno nella storia, il 15 giugno 1985, alle 15:42, i miei genitori, János e Janka Pfliegman, si schiantarono con la loro automobile su un palo del telefono su Back Lick Road a Front Lick, Virginia, morendo sul colpo. L’auto non era di loro proprietà; la loro macchina era una station wagon Rambler American del 1963, assemblata nella fabbrica Vehiculos Automotores Mexicanos di Puebla, in Messico. La Rambler aveva dato loro dei problemi alla trasmissione, così l’avevano abbandonata sul ciglio di Back Lick Road. L’auto che stavano guidando era una Ford Mustang rosso splendente che apparteneva a una compagnia di noleggio chiamata Galassia Autonoleggi, la quale aveva aperto i battenti la fredda mattina dell’8 aprile 1973, il giorno in cui io, Rovar Ákos Pfliegman, venni al mondo.

Non ho una vita. Non ho parenti di cui sono a conoscenza, né amici di cui sono a conoscenza. Non una chiesa, non un ufficio. Nessuna comunità calda e accogliente. Nessuna educazione formale.

Altre persone, dotate di una propria vita, sembrano condurre le proprie esistenze abbastanza bene. Raggiungendo traguardi, covando aspirazioni. E quant’altro. Altre persone sono sempre impegnate in cose grosse e importanti, come a candidarsi come presidente o votare un presidente, o a pensare di candidarsi come presidente o di votare un presidente.

Io vendo carne da un autobus.



Mi considero ungherese. Mio nonno, Ákos Pfliegman, nacque a Szolnok, Ungheria, nella contea di Szolnok, e il nome Ákos è ungherese. Si pronuncia A-cosh e significa “falco bianco.” Il mio cognome, tuttavia, è tedesco. Si pronuncia FLIG-man e deriva dal tedesco fliegendenmann.

Significa “uomo volante.”

In quanto ungherese, ci sono volte in cui preferirei un cognome ungherese, ma i miei antenati ricevettero questo cognome moltissimo tempo fa. La traduzione ungherese più vicina del nome Pfliegman che ho trovato è “Csupaszárnyrepülőgépemberi.” Si pronuncia TU-PASH-SAR-ni-RE-PUL-IR-di-EP-EM-BE-ri.” Significa “uomo alato volante.”

Quindi Pfliegman mi sta bene.

Inoltre, gli storici hanno battibeccato per secoli sulla questione della provenienza esatta dei Pfliegman. Se vogliamo andare sul tecnico, tecnicamente sono in parte ungherese, in parte germanico, in parte illirico, in parte celtico, in parte mongolo, in parte turco e in parte ugrico. Come disse una volta nonno Ákos, “essere un Pfliegman è una nevrosi collettiva.”

Tutto ciò che posso dire è che sono nato in una cittadina chiamata Front Lick e che anche i miei genitori nacquero a Front Lick e che probabilmente sono più virginiano di qualsiasi altra cosa, sebbene ciò non sia stato ancora stabilito ufficialmente: perché, se essere un Pfliegman è una nevrosi collettiva, essere della Virginia è una nevrosi alquanto singolare, e nessuna delle due opzioni mi lascia alcuna speranza. Dopotutto, sono un uomo che vive in un autobus. Un autobus in un campo. Un campo vicino a un fiume.

Ci sono lupi.



Un tempo l’autobus si chiamava AUTOBUS ITINERANTE DELLA CARNE DI PFLIEGMAN. Guidavo di casa in casa e offrivo sconti su grandi quantità, finché un giorno il motore non tossì e scoppiettò. Sterzai fuori dalla strada, all’interno di questo campo, e passai uno strato di vernice
sulla scritta itinerante. Quindi ora la gente viene all’AUTOBUS                            DELLA CARNE DI PFLIEGMAN a comprare la carne. Vengono perché la mia carne è molto fresca. La più fresca dello Stato. Ho consegnato i prati dietro alla fattoria a mucche, maiali e pecore, che allevo per poi macellare. Ho trentaquattro anni. Un uomo che si è fatto da sé.

Ho un tendone.

A volte i virginiani si piazzano sotto il tendone a guardare l’autobus. Si pizzicano la faccia. Si girano verso di me e mi chiedono, «Tu vivi qui?»

Ma mi sta bene. L’esterno del vecchio scuolabus non è il massimo. Ha quatto pneumatici sgonfi, frecce distrutte. I fanalini di testa hanno lo sguardo perso in una direzione, come una persona col collo rotto.

Ma l’autobus ha un interno gradevole: è caldo e asciutto, del colore dei camici d’ospedale; il soffitto è basso, diviso in diversi pannelli a forma di cupola; un rivestimento di gomma corrugata e grigio chiaro ricopre il pavimento in tutta la sua lunghezza, dal sedile dell’autista fino alla porta dell’uscita d’emergenza; e i finestrini sono tutti perfettamente funzionanti, undici su ogni lato.

Sotto i finestrini ho aggiunto alcuni pannelli di legno per dargli un aspetto classico, come avevo visto fare nella rivista Questo autobus è casa mia. La rivista diceva che, al giorno d’oggi, una persona su trecento vive in un camper. Diceva anche che molte persone vivono in autobus riadattati come il mio. In fin dei conti, è “una scelta di vita perfettamente normale,” diceva la rivista, e nessuno dovrebbe far provare vergogna a chi vive in un autobus, come se fosse una cosa socialmente imbarazzante.

Per dimostrare che vivere in un autobus non è una cosa socialmente imbarazzante, la rivista mostrava tutte queste immagini di persone nelle loro case-bus, in piedi al centro dei loro arredamenti, sorridenti tra i loro arnesi: i tostapane e i forni a microonde, televisori e stereo, dispositivi di riscaldamento, dispositivi di raffreddamento e dispositivi di mantenimento-della-stessa-temperatura. “Vedete?” diceva la rivista. “È tutto portatile. Immaginate di poter portare con voi tutta la vostra vita, da un posto all’altro.”

Ma il mio autobus non è un esperimento di vita efficiente e portatile: è un esperimento di stasi. C’è un assortimento meno sofisticato di arnesi: un lavandino collegato a un tubo di scarico arrugginito che fa sì che l’acqua scorra dove deve scorrere, un fornello elettrico con un unico fuoco funzionante e un alto frigorifero bianco in cui conservo la carne.

Provai a cercare una rivista chiamata Questo rottame di autobus in cui vivo come una piccola creatura dei boschi è la mia casa. Non ebbi molta fortuna.

Ma dopo aver visto come la Gente degli Autobus aveva coordinato gli interni dei loro veicoli, mi sentii ispirato. Presi degli asciugamani da bagno da un indiano che passava da queste parti. Indossava una camicia da cowboy e mocassini, e una lunga coda di cavallo nera ondeggiava sulla sua schiena. Sua nonna, mi disse, lavorava i tessuti. Infilò una mano nel suo sacco e mi porse due asciugamani blu con pompon gialli. «Sono leggermente macchiati,» disse e si guardò intorno. «Cos’è questo autobus?»

Non risposi.

Non avendo risposta, lui scosse la testa e disse, «Questi bianchi…»

Cos’altro? Ho alcune pentole e padelle, una coperta di lana mezza lisa dalle falene che vengono in esplorazione di notte, e una grossa felpa rosa con su scritto “Disneyland.” La felpa mi fu data da una virginiana che stava comprando della carne. Indossava la felpa ed era con la sua famiglia, tutti che indossavano felpe. In un primo momento mi trovò affascinante.

«Guarda quant’è piccolo,» disse.

«E peloso,» aggiunse il marito. «E dà un’occhiata a quella barba. Che cos’è, un nano?»

La donna mi squadrò dall’alto, con fare sospetto. «Ma che cosa sei?» disse. «Sei un nano o che altro?»

Ma mi sta bene. Sono piccolo e peloso. Dall’aspetto sporco. Sono così piccolo che i miei clienti mi chiedono se sono un nano, al che io rispondo nel mio cervello, “Non sono un nano, ma probabilmente sono quanto più si possa essere vicini a un nano senza essere effettivamente un nano.”

«È uno gnomo,» disse il marito. «Gli gnomi sono più pelosi dei nani.»

«Qualsiasi cosa sia, lo trovo affascinante,» la donna disse.

Mi lascia di stucco che qualcuno come me possa essere considerato affascinante, ma lei appoggiò una mano sul fianco dell’autobus e mi sussurrò nell’orecchio di essere appena tornata da Disneyland e che io ero più affascinante di Disneyland.

Tirai fuori il mio blocchetto di scrittura. Sono più affascinante di tuo marito? scrissi.

Lei arricciò le sue labbra. (Il nano stava facendo lo sfacciato.)

E che mi dici delle nuvole? scrissi. Sono più affascinante delle nuvole?

Uno sguardo magnanimo le riempì gli occhi. «Deve essere muto,» disse e schioccò la sua lingua. «Poverino. Che tristezza. Non è una cosa triste, George?»

«Dio ha un bel senso dell’umorismo,» disse George.

La donna trovò che fossi molto triste. Si sfilò la felpa e me la diede. Mi batté dei colpetti sul braccio. Sussurrò, «Ecco qui.»

Ma mi sta bene. I virginiani danno spesso un’occhiata all’omino peloso che vive in un autobus in un campo, alla montagna di carne che lo circonda, e poi non ci sono più limiti alla generosità. Nel corso degli anni ho ricevuto molti oggetti: stivali senza lacci, una caraffa per il caffè macchiata. Un portasciugamani metallico nuovo di zecca, ancora nella sua confezione originale. I virginiani sguazzano nella generosità. Praticamente vi ci fanno il bagno.

Io faccio il bagno nel fiume dietro l’autobus della carne. Si chiama Queeconococheecook. La mia sponda del Queeconococheecook è coperta di erba verde e lunga; la sponda opposta è ricoperta di fango. Mi lavo nel fiume utilizzando gli asciugamani dell’Indiano, che poi appendo ad asciugare su uno spago per il bucato che va dal tetto del mio autobus a un pino vicino. Il pino ha grossi rami sotto cui tengo un secchio per il contenimento e lo smaltimento dei fluidi corporei e altre sgradevolezze.

Questi poi li deposito in una buca nel terreno.

Tutti i virginiani vogliono sapere cosa sono? Vivo in un autobus. Affetto animali. Je chie dans un seau.

Sono l’ultimo discendente rimasto della stirpe della peggior specie di perdenti sul pianeta.





Per ulteriori informazioni su questo libro, visita la relativa pagina sul nostro sito: https://www.pidgin.it/prodotto/il-convalescente/

illustrazione Il convalescente (estratto) - Jessica Anthony - Pidgin Edizioni
Il primo capitolo del romanzo “Il convalescente” di Jessica Anthony, sulla rivista SPLIT di Pidgin Edizioni

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