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La squilibrata (estratto)

(Primo capitoletto del romanzo “La squilibrata” di Juliet Escoria, tradotto da Stefano Pirone e pubblicato da Pidgin Edizioni nell’ottobre 2020)



Incisioni gemelle

Nicole aveva comprato il coltello a serramanico quando era andata a Tijuana con la madre e il padre. L’avevano lasciata uscire da sola a patto che tornasse all’ora promessa. Fingeva di andare a fare compere di vestiti, ma invece girava per i locali notturni, dove le ragazze messicane non molto più grandi di lei le suonavano i fischi in faccia a tutto fiato, mentre della tequila da quattro soldi le scorreva giù per la gola. Faceva finta di andare a nuotare, ma invece comprava cose che non si potevano acquistare qui, pillole che ci facevano venire sonno ma non ci sballavano, e, naturalmente, il coltello a serramanico. Era identico a un finto coltellino a serramanico che avevo da piccola, che in realtà era un pettine. Stessa impugnatura nera e argentata, stesso pulsante di plastica, altrettanto fragile e dall’aspetto economico. Ma la lama era pesante, pallida e fredda come la Luna.

Conservava il coltello nella sua borsa dei trucchi, insieme ai rossetti vivaci che metteva in casa ma mai per uscire. Quella era un’attività che facevamo spesso a casa sua: truccarci. Tutto ciò che Nicole possedeva era costoso: ombretto MAC, fondotinta Clinique, cipria Dior, tutto acquistato da Nordstrom o Saks. Nicole era una professionista, mescolava polveri sulle sue palpebre e guance con pennelli dai manici dorati finché non sembrava una bambola. Mi tirava le sopracciglia in modo che fossero alte e sottili, disegnava una X sul mio arco di Cupido prima di passarvi sopra il rossetto con linee morbide, il tutto perfettamente simmetrico. Quando finiva, sembravo davvero Drew Barrymore o Clara Bow.

Non pensai a nulla quando tirò fuori il coltello a serramanico dalla borsa dei trucchi. Stavamo ascoltando i Sex Pistols nella sua nuova camera della sua nuova casa, grande e vuota perché avevano appena traslocato. La musica era a massimo volume, facendo così gracchiare gli altoparlanti del suo stereo gigantesco, e il mio cuore batteva rapido e incontrollabile. Fece scattare la lama, la tenne vicino alla mia gola e rise. I suoi occhi baluginavano e fece una faccia da assassina pazza e risi anch’io, agitata, sentendo come se, per un attimo, si fosse trasformata da mia migliore amica a estranea.

«Dio, quanto sono grassa,» disse, lasciandomi andare, mentre si guardava nel suo specchio a figura intera. Non era grassa. Le sue braccia erano sottili e le gambe slanciate, ma aveva appena una minuscola piega di grasso sulla sua pancia. «Vorrei poterlo tagliare via,» disse, con il coltello che pendeva sopra il suo ombelico. La sua voce si fece più fioca, come se parlasse solo tra sé. «Cazzo, mi fa odiare me stessa.»

Le avevo già detto che non era grassa un buon numero di volte prima di allora, quindi non dissi nulla. «Ti fa male?» chiese, indicando il mio fianco. Qualche giorno prima eravamo andate a nuotare nella sua nuova piscina, e mentre ci stavamo cambiando lei notò le croste, un triangolo che avevo tagliato lì sulla mia pelle con un temperino, in segreto una notte nella mia camera. Avevo iniziato a tagliarmi anni prima, ancora prima che potessi capire di cosa si trattasse: era solo un gesto per rilasciare la pressione che provavo quando ero troppo arrabbiata o troppo felice, una valvola di sfogo per l’aria. Lei era stata la prima ad accorgersene, e il modo in cui i suoi occhi si erano spalancati mi aveva fatta sentire nuda e imbarazzata. Invece, in quel momento, mi resi conto che non ne era disgustata, che non pensava che fossi una pazzoide, come avevo creduto quel giorno. Ai suoi occhi, i tagli mi rendevano fica.

«No,» dissi. «Non fa male se lo fai bene. Se fai troppo leggero punge, ma se vai abbastanza a fondo è una bella sensazione.» Non le dissi che bisogna essere dell’umore adatto o che il giorno dopo fa sempre male. Avrebbe potuto pensare che fossi più tosta di quanto sembrassi, anche se non lo ero, sebbene la ragione per cui lo facevo fosse proprio che ero debole, una persona che non riusciva a sopportare il semplice atto di essere se stessa.

Si portò la punta del coltello sul braccio e la osservai che incideva una linea diritta verso il basso. Non le dissi di fermarsi. Non le dissi di non farlo sul braccio, di non farlo mai, ma in particolare non durante l’estate, in particolare non un paio di settimane prima dell’inizio della scuola, su quel punto del suo corpo che tutti potevano vedere. Così tracciò altre due linee, componendo una F insieme alla prima. La osservai per tutto il tempo mentre incideva ogni linea, perfettamente diritta e omogenea, come se la avesse scritta a mano su carta.

L’album finì e nessuna delle due si alzò. Lei aveva quasi finito la seconda T. Si comportava come se non le dolesse, non emetteva suoni né faceva smorfie, e a ogni linea sentivo che qualcosa in me si ammorbidiva, come se i nostri pensieri segreti stessero strisciando fuori di noi e si stessero avvolgendo tra loro. Quell’azione era compiuta per me, per mostrarmi che era una tosta, per mostrarmi che non c’era differenza tra noi. Quando ebbe finito, lo sollevò, un progetto artistico creato perché io lo ammirassi, e io allungai un dito e spalmai il sangue in una linea diritta che attraversava la parola sbarrandola. FATTY, “grassona.” L’unica cosa che odiava di sé: il suo corpo.
Sentii un forte impulso a leccare il suo sangue, e più tardi non riuscii a lavarla via, questa chiazza ramata che apparteneva a Nicole e che macchiava i miei jeans preferiti.






Per ulteriori informazioni su questo libro, visita la relativa pagina sul nostro sito: https://www.pidgin.it/prodotto/la-squilibrata/

illustrazione La squilibrata (estratto) - Juliet Escoria
Il primo capitoletto del romanzo “La squilibrata” di Juliet Escoria, sulla rivista SPLIT di Pidgin Edizioni
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